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I “BRUCOLACHI” i temutissimi vampiri nell’immaginario popolare del Salento antico?

I “BRUCOLACHI” I TEMUTISSIMI VAMPIRI
nell’immaginario popolare del Salento antico?

 

Vecchia lapide in un vigneto con viti coltivate con la tecnica detta ad ”alberello leccese”. Sud Salento, scatto del ‎29 ‎gennaio ‎2007. Foto di Oreste Caroppo.

 

Riscopriamo la figura immaginaria dei temutissimi Brucolachi, che inquietava la fantasia popolare dei salentini nei secoli passati, negli scritti di Antonio De Ferrariis, detto il Galateo dal nome della sua città natale (Galatone, 1444 – Lecce, 1 novembre 1517), grande umanista pugliese, accademico e medico salentino. Ce ne parla in particolare nella sua opera in latino intitolata “De situ Japigiae”, descrittiva della geografia, della storia, della natura e della cultura popolare della Terra d’Otranto. Inserisce questi dati in una parte del suo prezioso testo in cui si intrattiene a raccontare delle superstizioni popolari.
E’ praticamente la credenza nella favola dei Vampiri, che lui chiama in latino, la lingua in cui scrive, “Brocolarum fabula”.
Ma traduciamo dal latino il suo passo in merito: la “Brocolarum fabula” egli scrive “invase tutto l’ Oriente. Dicono che le anime di quelli, i quali menano vita scellerata, siano solite di svolazzare di nottetempo sopra i sepolcri a guisa di globi di fiamme [nota d.r.: scientificamente forse fuochi fatui o fulmini globulari], di apparire ai famigliari e agli amici, di succhiare il sangue dei fanciulli ed ucciderli, di cibarsi di animali, e di nuovo tornare nei sepolcri. La gente superstiziosa scava le sepolture, e squarciato il cadavere, ne strappa il cuore e lo brucia, e getta la cenere ai quattro venti, cioè alle quattro regioni del mondo così crede scansare quella peste”.
Già questa breve descrizione ci permette da sola di capire quanto queste credenze e pratiche fossero quelle medesime che sono legate alla figura e alle credenze sui vampiri in Europa.

Scopriamo poi da altre fonti, (vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Brucolaco), che il termine che usa il Galateo, rimanda al greco “βρυκόλακας”, (Brucolaco, o anche Brucolacas o Burculacas), che designa proprio la figura del vampiro nella cultura popolare del mondo greco, come anche in generale con nomi sovente etimologicamente imparentati in altri paesi dei Balcani.
“Secondo la generale tradizione, i Brucolachi sono persone maledette a causa della loro vita immorale oppure per una scomunica, per essere stati seppelliti in terra sconsacrata o per aver mangiato la carne di una pecora uccisa da un Lupo mannaro” (dal link), (“Lupo mannaro” altra terribile figura ben presente anche nel folklore del Salento).
Non possiamo dire se anche in terra salentina si sia diffusa questa psicosi o se di essa giungevano solo cronache da Oriente che animavano la fantasia dei locali come degli intellettuali che ne scrissero, la forte permeazione anche della cultura greca in terra salentina può ben spiegare la diffusione anche qui di questa fantasiosa figura mostruosa con il medesimo nome “Brucolaco” di cui ci narra il Galateo
.
Una figura mostruosa quella del “brucolaco” che, apprendiamo meglio dalla tradizione balcanica-greca, partecipa tanto alla figura del vampiro come a quella dello zombie nosferatu:

“Il loro corpo non si decompone dopo la morte, ma la pelle diventa coriacea e tesa fino ad essere in grado di risuonare come quella di un tamburo se battuta; infestano i cimiteri di notte, ma si possono anche incontrare sui campi e le strade a mezzogiorno; emettono urla spaventose, ma solo una volta per notte. Possono essere uccisi esclusivamente di sabato (l’unico giorno in cui queste creature rimangono nella loro tomba) in diversi modi che includono lo smembramento, la decapitazione e l’incinerazione del corpo (Izzo, 1989; Arthen, 1998).

Per alimentarsi, il brucolaco uccide neonati, bambini o donne in stato di gravidanza, introducendosi di notte nelle case e schiacciando o soffocando a morte la propria vittima; il mostro condivide, in tal senso, anche alcuni aspetti caratteristici dell’incubo e la lamia. Il consumo di sangue – tratto comune, ma non necessario del vampirismo – è, nel caso del brucolaco, un aspetto marginale del racconto, ma la creatura rientra ancora pienamente nell’immaginario mitologico e folkloristico del vampiro perché, come ogni vampiro, trae il proprio sostentamento dal prosciugamento della forza vitale degli esseri viventi (Arthen, 1998).

Il brucolaco, brucolacas o burculacas (dal greco βρυκόλακας, diffusamente traslitterato come vrykolakas) è dunque un vampiro del folklore greco. Questa creatura leggendaria condivide, in modo eterogeneo, le caratteristiche di altre creature non-morte – non necessariamente consumatrici di sangue – del folklore balcanico, come il vǎrkolak bulgaro o il vukodlak serbo. A Creta e Rodi, la medesima creatura prende il nome di catacano o katakhanas.” (Tratto dalla voce “Brucolaco” al link: https://it.wikipedia.org/wiki/Brucolaco)

Anche il termine praticamente sinonimo diffuso oggi in Italia, “vampiro”, pare aver avuto origine in area balcanica.
Il termine greco Brucolacas mi piace sottolineare come sembri foneticamente richiamare quello di Dracula, un nobile rumeno campione cristiano della lotta contro l’avanzata turca in Europa, dalla leggendaria brutalità tanto da guadagnarsi l’ epiteto di “l’ Impalatore”, trasformato dalla finzione romanzesca nel vampiro per antonomasia e più famoso del mondo, il “conte Dracula”, dalla fantasia dello scrittore irlandese Abraham Stoker, detto Bram, (Clontarf, 8 novembre 1847 – Londra, 20 aprile 1912), divenuto celebre proprio con il suo famosissimo romanzo di genere letterario “gotico” del terrore intitolato proprio “Dracula”.
Il personaggio storico di fondo era Vlad III principe di Valacchia (Sighișoara, novembre o dicembre 1431 – dicembre 1476 o gennaio 1477), membro della Casa dei Drăculești, molto conosciuto anche con il suo nome patronimico: Dracula. Suo padre, Vlad II Dracul, fu membro infatti dell’ Ordine del Drago, un ordine militare del Sacro Romano Impero, con simbolo il mitologico mostro Dragone (“Signum Draconis”); ordine fondato (tra la fine del XIV sec. e i primi del XV sec.) per proteggere il Cristianesimo in Europa orientale dall’avanzata dell’ Impero Turco Ottomano, come da eventuali eresie. Da qui il nome, che è di origine greca, Drago, che ritroviamo associato a questo personaggio. Vlad III è venerato come eroe popolare in Romania, (dove ancora si conserva il suo principale leggendario castello nelle regione montagnosa della Transilvania), così come in altre parti d’Europa, per aver protetto la popolazione rumena sia a sud che a nord del Danubio.
Associati alla dimensione della notte, del buio, del male, della morte, i vampiri, come le streghe, (“strie”, “striare”, “stiare” o “macare”, in Salento, ma anche “jannare” (o variante “janare”) o “masciare” anche chiamate sempre nel Sud Italia (come in Terra d’Otranto); il corrispondente maschile, il mago stregone è chiamato “macaro”, o “masciaro”, o “maone” sempre nel sud Italia), le “lamie” sorta di fantasmi-streghe-esseri mostruosi efferati femminili, i demoni detti “incubi”, gli spiriti di defunti chiamati “malumbre”, della tradizione sempre diffusa nel sud Italia, vengono correlati nella fantasia popolare ad alcuni animali che conducono vita notturna, per questo talvolta considerati ingiustamente come sinistri, quali ad esempio gli uccelli Strigiformi (come Gufi e Civette; il termine strigiformi dal loro nome in latino, “strix”, da cui addirittura il termine “strega” etimologicamente deriva – in vernacolo salentino la strega è chiamata “striara”, stessa etimologia ha “stria” che nel leccese indica la ragazza fidanzata, quindi anche la fanciulla, e, per esenzione credo, al maschile “striu” il ragazzo fidanzato e il ragazzino – in vernacolo salentino magliese il Gufo è chiamato “chizzi”, la civetta “cuccuàscia”),
Gufo scolpito in pietra leccese al vertice di una cappella sepolcrale di famiglia nel cimitero monumentale di Maglie. Foto tramonto 11 novembre 2018 di Oreste Caroppo
o i Pipistrelli mammiferi volanti con diverse specie presenti anch’essi in Salento.
Cacciatori notturni molto importanti nella catena alimentare e per gli equilibri dell’ecosistema, gli strigiformi per contenere ad esempio basso il numero di ratti e topi, i secondi quello delle zanzare. Anche topi, ratti e zanzare sono importanti e non devono estinguersi certo dai territori ma è bene vi siano nei territori equilibri preda-predatore. (Carina l’iniziativa di aiutare i Pipistrelli a diffondersi di più tramite dei nidi-ricoveri artificiali in legno per loro).
Rimando a questo articolo per le specie di pipistrelli presenti in Italia, al link: http://www.pipistrelli.net/drupal/specie
Nell’immaginario popolare i pipistrelli, (in dialetto salentino chiamati a Maglie genericamente “cattapìgnule”), sono gli animali oggi più associati ai vampiri, che si favella potersi mutare magicamente in pipistrello e in tale forma, entrare volando nottetempo nelle case, e succhiare il sangue sgorgante da incisioni della pelle provocate affondando i loro lunghi e aguzzi canini, denti che i pipistrelli comunque hanno davvero, e questo sovente sul collo della dormiente ignara vittima, nutrendosi così della sua forza vitale, (“vis vitalis” in latino)!

Pipistrelli raffigurati in manoscritti medioevali https://www.facebook.com/stephen.ellcock/media_set?set=a.10153610479115337&type=3&hc_location=ufi

Gepostet von Oreste Caroppo am Sonntag, 10. Februar 2019

 

Colpisce molto vedere il simbolo del pipistrello pertanto nei cimiteri salentini, soprattutto nella forma di applicazioni prodotte in lega di ferro, su portoni e cancellate in ferro. Ad esempio nel cimitero di Soleto, di Matino e anche Lecce, ma sicuramente anche altrove.

 

Nel cimitero di Matino:

Pipistrello in metallo, decoro tombale, cimitero di Matino (Lecce), 15 marzo 2013. Scatto di Oreste Caroppo. Lo vidi con sorpresa, sulla porta d’ingresso di una tomba monumentale artistica molto impressionante, in pietra leccese e dai ricchissimi decori e simboli scolpiti, ubicata all’interno del cimitero di Matino. Sorpresa perché era la prima volta che scorgevo il simbolo del pipistrello, e poi in un cimitero salentino, e risalente a diversi decenni or sono, slegato pertanto da contesti cinematografici o fumettistici horror più contemporanei.

 

Nel cimitero di Lecce:

Sono troppo felice che le mie foto vengano usate per gli studi di speleologia!:-)Il rapporto tra Uomini e Pipistrelli…

Gepostet von Kiatera Ellenica am Sonntag, 20. Januar 2013

 

Caccia ai vampiri – la leggenda del paletto di legno di Frassino per ucciderli del tutto, vedi articolo al link: http://www.vampiri.net/caccia_016.html?fbclid=IwAR05T97US7Idokh3H3JV4YdMPbutIm_KysKBr37NsqiuBILTgl-8luoOzoA

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SUI VARI NOMI DIALETTALI IN TERRA D’OTRANTO E NEL SUD ITALIA DEL PIPISTRELLO
Riprendo dalla discussione al mio post facebook sui “BRUCOLACHI”

Oreste Caroppo: a Maglie i pipistrelli son chiamati in vernacolo locale “cattapìgnule”.

Gianfranco Melese non ricordo male dalle nostre parti (Sava) è “jattuniju” (gatto-nibbio” ?)

Anna Giaffreda ci informa: Anche detti “sorgialindi” a Sannicola.

Oreste Caroppo: Forse da “Surgi ulanti”, topi volanti? Molto probabile dato che

Oronzo Cafaro ci informa che: Da noi verso Lecce “surgi cu ll’ale”, topi con le ali, oppure nell’hinterland leccese “passapittula”, così sentivo da un amico mio di Monteroni che li chiamavano così.

Angelo Lotti: Di solito da noi nel brindisino, in particolare a Carovigno, si chiama “lu táttauecchi”

Gigi Congedo: “Sorgialindo” anche a Cutrofiano!!!
Daniela Gualtieri: “Cattiviula” a Supersano. 
Fabio De PaolaAnche a Uggiano, come a Maglie, si chiama “cattapignula”.

Gianfranco Mele: se non ricordo male dalle nostre parti (Sava) è “jattuniju” (gatto-nibbio” ?).

Ubaldo Maggi..rimembrando i discorsi di mio nonno (zona Sava-Manduria) ..mi sembra che fosse jattuniju…gatto-coniglio…ma non ne sono certissimo.

Gianfranco Melejattunijiu = gatto-coniglio è sembrato sempre anche a me senza però troppo convincermi, ho pensato ieri anche “gatto-nibbio” perché cercavo riferimenti dialettali al secondo termine, e ho visto che nel sud (in particolare in Sicilia) nigghiu = nibbio. Nigghiu è anche sinonimo di uccello malaugurale, perciò pensavo a “jattu-nigghiu”. Difficile che in antichità sintetizzassero staccando metà nome, e poi l’incrocio tra un gatto e un essere alato (e malaugurale o cmq “tenebroso”) è più “rispondente” all’immagine.
Gianfranco Mele: a Maruggio “jattamingula”.
Oreste CaroppoStessa origine etimologica del “cattapìgnula” di Maglie, lì dunque.
Gianfranco MeleAggiornamento etimologico (anche rispetto alle supposizioni che avevo messo io stesso in questo post), secondo il Rholfs e secondo anche il Dizionario Glottologico Italiano i nostri vari nomi dialettali (jattuvigghiulu, jattumigghiulu, jattunigghiulu, jattaruigghhiu, jatturiju, jattuniju, jattavigghiulu, jattamingula, jattamignula, jattaniula ecc ecc) hanno una radice comune dal greco antico nukteridoula et simiia, che significa appunto pipistrello. o sempre dal greco (questa variante proposta unicamente dal Rholfs) laxtaridoula.
Nella foto sotto la derivazione proposta dal Rholfs nel suo ” vocabolario dei dialetti salentini”:
Dal ”Vocabolario dei dialetti salentini” del glottologo Gerhard Rohlfs
Gianfranco MeleIl Dizionario Glottologico Italiano del 1937 cita anche la variante calabrese “nottiriggula”, insieme ad altre simili di paesi pugliesi, calabresi e lucani. Qui la derivazione, in accordo con quella proposta dal Rholfs (vedi commento e foto del commento sopra) è attribuita al greco antico Νυχτερίδα (pipistrello).
Annarita Ciccarese: a Erchie (provincia di Brindisi) “lu laùru”.
Gianfranco Mele: Non credo molto strano, il “Laùru” è spesso descritto in sembianze animali. Di gatto, pipistrello e altro. 
Nota: Il “Lauru”, o anche chiamato “Laurieddhu“, “Scazzamurrieddhru”, (“Sciacuddhi” anche detto nei paesi griki salentini, con il significato dal greco di “piccola ombre”), è un dispettoso folletto del folklore dell’Italia meridionale.
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(Testi sopra riportati dal mio post facebook del 6 dicembre 2015, e dai commenti ad esso, un post cui rimando per vedere alcune mie foto di approfondimento sulla simbologia, nonché architettura e arte nel cimitero monumentale di Maglie che ho messo tra i commenti ad esso, e tra i commenti anche un link ad un altro mio post su una ulteriore meraviglia dell’arte neogotica nel cimitero di Maglie)

 

APPROFONDIMENTI:

Per approfondire sulla simbologia del drago e del serpente nel Salento e non solo, rimando a questo mio post e a miei commenti e non solo ai miei ad esso:

IL SALENTO, LA TERRA DEI DRAGHI i mostruosi giganteschi serpenti dal capo adorno di cornaIl grande poeta latino…

Gepostet von Oreste Caroppo am Samstag, 26. Oktober 2013

 

Alcune immagini degli uroburi in bassorilievo, il simbolo del serpente che si morde la coda in forma di cerchio,
simbolo di eternità nella ciclicità della rinascita e fertilità (il serpente simbolo fallico), simbolo di perfezione il cerchio:

Uroburo in bassorilievo sul portale d’ingresso lato interno del cimitero di Lecce. Foto del 28 ottobre 2013 di Oreste Caroppo. Il portale è a frontone di tempio greco con colonne doriche. Luogo gradevole pieno di verde con tantissimi cipressi sempreverdi mediterranei colonnari. (Anche sul portale d’ingresso del cimitero monumentale di Maglie, portale altamente suggestivo con il suo frontone di tempio greco in stile sempre dorico, al centro del suo timpano vediamo l’uroburo, il simbolo del serpente che si mangia la coda in forma di cerchio. Distrutto l’originario dalla grande tromba d’aria del 18 novembre 2000, che si abbattè su Maglie intorno alle ore 3 a.m. circa, è stato poi ben ricostruito nel saggio principio del “come era e dove era”).

 

Particolare di una tomba con il serpente che si morde la coda su una piccola piramide. Cimitero Lecce. Foto del 28 ottobre 2013 di Oreste Caroppo. Qui l’uroburo è, come fosse una corona di alloro, sulla piramide che è bethilos magico di congiunzione Terra-Cielo per la sperata propiziata rinascita!

 

Ricchissimo album di foto su Facebook di Kiatera Ellenica, sulla simbologia, architettura e arte nei cimiteri monumentali, da vedere, al link: https://www.facebook.com/manou.velle/media_set?set=a.10200230403870089&type=3

 

Pregevole manufatto in ferro artistico a Maglie: all’ingresso del cimitero di Maglie questo lampadario a geometria tetraedrica, con serpente avvinghiato spiraleggiando intorno alla lampada.

Lampadario con serpente in artistico ferro battuto, cimitero di Maglie, portale di ingresso. Foto mattina del 28 novembre 2017 di Oreste Caroppo

Vi vediamo analogie con

-) il simbolo della Coppa di Igea, simbolo della medicina:



-) il simbolo della Torre del Serpe (“Turris draconis” chiamata nel ‘500), nello stemma civico di Otranto, dove un grande serpente drago, come secondo la leggenda, spiraleggia intorno alla torre per salire in sommità e bere l’olio della lampada della torre-faro:

 

Rimando a questo mio post per approfondire sulla simbologia del drago e del serpente a Maglie, nel Salento e non solo, (come anche al mio post sopra indicato):

"Il Custode della Luce"Foto di Oreste CaroppoMaglie (LE), piazza Francesca Capece-Aldo Moro.Drago decorativo e…

Gepostet von Oreste Caroppo am Mittwoch, 1. Dezember 2010