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I CELTI-GALLI-GALATI in SALENTO?

I CELTI-GALLI-GALATI in SALENTO?

Di

Oreste Caroppo

 

“Il Galata morente” – copia romana di una statua ellenistica.

 

I toponimi delle città Gallipoli, Galatone, Galatina, nell’area del Salento meridionale occidentale mi sollevano un sospetto, essi formano una triade toponomastica accattivante, nessuno mette in dubbio il sostrato messapico, greco e romano anche in quella area del Salento,
ma in questi nomi di città è molto forte la suggestione ad un riferimento etnonimico:
quello ai Galati e ai Galli che sono praticamente entrambi sinonimi di Celti!

Ma le etimologie oggi più affermate vogliono che Gallipoli derivi dal greco Callipolis con il significato in greco di “città bella”, come vogliono collegare Galatina ora al latte che in greco è “gala”, ora ad Atena attraverso la forma greca “kalè Athina” col significato di “bella Dea Atena”, da cui poi fu facile collegare la civetta che è nel suo simbolo, animale frequente nel territorio, ad Atena di cui era animale sacro, tanto che il nome tassonomico linneano scientifico della civetta è Athena noctua. Così come il riferimento al latte sarebbe un richiamo alla ubertosa pastorizia praticata nei territori.
Ma Galatone e Galatina non son più facilmente dei toponimi prediali, indicanti l’assegnazione di terreni conquistati da Roma a persone o genti aventi il nome “Galat-“?
E a volte i territori conquistati venivano riassegnati a gente del luogo per una migliore pacificazione, o ad altre genti che giungevano da fuori, romane o alleate dei romani o forse deportate in nuovi territori.

Il Salento inoltre è una delle aree di Italia dove maggiormente è diffuso il cognome Galati, secondo alcuni un riferimento etnico alla popolazione dei Galati (popolazione di origine celtica che si stanziò nella regione della Tracia nei Balcani e nella regione dell’Anatolia centrale che a seguito della loro presenza venne chiamata Galazia), secondo altri deriverebbe da un soprannome grecanico riferito al mestiere di lattaio svolto forse dal capostipite.

 

La diffusione del cognome Galati oggi in Italia.

 

Fatto sta che, cosa interessante, mi sono imbattuto in una fonte originaria scritta dallo studioso romano Plinio il Vecchio del I secolo d.C. sovente alterata dai classicisti e studiosi moderni che mettono mano ai testi antichi, come se si sia voluto cancellare la memoria di una presenza celtica a favore di una più nobilitante origine greca.

Plinio scrive “Senonum Gallipolis” in riferimento alla città di Gallipoli in Salento,
praticamente dice tale città dei “Galli Senoni“!
Ed è quel “Senonum” che diversi studiosi moderni hanno corretto in forme tali che non potesse essere più ricondotto ai Galli Senoni.
I Galli Senoni si erano stanziati nel Nord dell’Adriatico sulla costa orientale della Penisola italiana, nell’attuale Romagna e Marche del nord, ma erano soliti fare scorrerie a partire da lì.

 

Il Cinghiale era sacro per i celti simbolo di fertilità. Tipici anche del Salento i cinghiali europei (Sus scrofa), dopo alcuni decenni di assenza a causa di una caccia sfrenata che li aveva estinti localmente, sono fortunatamente tornati. Attestati in Salento non solo in tempi storici e protostorici ma anche in tempi preistorici dalla paleontologia.

 

Il passo pliniano faceva irritare il Galateo, umanista Salentino, che se la prendeva con Plinio per aver chiamato la città, che egli, come altri autori del passato, voleva far passare 100% greca (con il nome Callipolis come “città bella” in greco), come se invece i greci l’avessero chiamata, o comunque in greco fosse stata chiamata: “città dei Galli”.
Oggi il nome della città è Gallipoli e non Callipoli, e come suo stemma è stato scelto il Gallo.
I celti portavano sull’elmo di guerra due ali di gallo come simbolo della propria forza, e gli antichi romani con il termine “gallus” indicarono indifferentemente il volatile e i celti che vivevano nella regione che fu quindi chiamata Gallia per la loro presenza!

 

Insegna civica della città di Gallipoli. Mi piace ricordare che in Europa la specie di uccelli del Gallo/Gallina (Gallus gallus) è attestata, dalla paleontologia, già tra le faune selvatiche pre-oloceniche, prima della domesticazione.

 

“Oltre 2 mila anni fa la Francia era occupata da una popolazione celtica che i Romani chiamavano Galli e nel vocabolario degli antichi romani gallus indicava indifferentemente il volatile o l’abitante della Gallia. I celti portavano sull’elmo di guerra due ali di gallo come simbolo della propria forza.
Infatti il gallo ha un grande valore simbolico in quanto rappresenta la fede e la luce. Il canto del gallo ogni mattina rappresenta il trionfo della luce sulle tenebre, del bene sul male. Da questo simbolismo pagano discende il gallo quale emblema della Francia” (testo tratto dall’articolo al link).

Quello del gallo è anche un simbolo molto forte nel Salento per la ceramica di Cutrofiano:

 

Galletto stilizzato dipinto su alcune terrecotte salentine.
Galletto stilizzato dipinto su vasellame in terracotta in Salento a Cutrofiano.

 

Come anche nei tipici fischietti in creta di Cutrofiano:

 

Fischietti in terracotta. Altezza: 10 cm. Salento. Foto di Oreste Caroppo, 2017, in possesso dell’autore, acquistati a Maglie nella tradizionale ”Festa dei campaneddhi” in cui si vendono campanellini in terracotta e fischietti sempre in terracotta prodotti localmente, soprattutto realizzati a Cutrofiano ma non solo. Per approfondire vedi il mio post facebook del 2 agosto 2017.

 

Antonio de Ferraris (Galatone, 1444 – Lecce, 12 novembre 1517) detto “il Galateo”, che aveva questo pseudonimo dal nome della sua città Galatone, e che inoltre visse anche a Gallipoli, non voleva che la città fosse sospettata di un’origine legata ai Celti, o comunque ad una antica presenza di Celti in zona, e non ai Greci che invece tanto più da classicista umanista stimava; in un sua lettera intitolata “Callipolis descriptio”, del 12 dicembre 1513, egli ha scritto: “Callipolis ha tratto il nome dalla sua bellezza e non senza ragione. Fu città greca: ignoro donde Plinio abbia appreso che qui si fossero stanziati i Galli Senoni.”

Il dato etnico che si ricava da Plinio si scontra con quanto scritto da due autori coevi a Plinio: lo storico Dionisio di Alicarnasso, e il geografo Pomponio Mela.
Secondo Dionisio l’origine di Gallipoli si deve ad un greco lacedemone di nome Leucippo che vi si sarebbe insediato lì dove già comunque i greci della polis magnogreca di Taranto avrebbero avuto una loro base; un passo assai dibattuto per la sua similitudine con un mito di fondazione della città magnogreca di Metaponto.
Pomponio Mela, nella sua opera “De Situ Orbis”, scrive “Urbs Graia, Kallipolis”, e alcuni studiosi, non tutti, lo hanno letto come “la città greca Gallipoli), dove “Kallipolis” deriverebbe secondo il Galateo da “Kalè Polis”, cioè traducendo dal greco “Bella Città”, “la Città bella”.

Altri interpretano quel “Graia” non come attributo di Gallipoli ma come invece nome di un’altra città diversa da Gallipoli, da identificare con Graxa città messapica battente moneta come noto dalla numismatica-archeologia, ma di cui ancora non si conosce l’esatta posizione, e che dovrebbe essere sempre in Salento sulla costa del Golfo di Taranto ma più a Nord di Gallipoli a dar fede alla Mappa di Soleto.

I celti, si racconta, valicarono le Alpi attratti dall’idea di un territorio quale l’Italia dove avevano scoperto tramite dei mercanti che si produceva il vino di cui divennero ghiotti e dove crescevano gli appetitosi frutti del Ficus carica. Tipica loro bevanda pare fosse la birra. (I Celti bevevano la “Bracia”, i Liguri la “Bryton”, i Celtiberi la “Cerea”, i Galati l'”Embrekton” e gli Italici l'”Alut”, tanti modi per dire “Birra”, vedi questo post facebook).

Brenno è stato un condottiero gallo, capo della tribù celtica dei Senoni, noto per avere messo a sacco Roma nell’anno 390 a.C. durante il quale famoso è l’episodio narrato delle Oche che sul colle del Campidoglio si misero a starnazzare permettendo ai Romani di destarsi e respingere l’assalto dei Galli. A questo episodio venne dedicata una festività romana, che cadeva il 3 agosto, durante la quale le Oche erano portate in processione ed onorate come salvatrici della patria.
Più che un nome proprio “brenno” pare essere il nome generico dei condottieri che guidavano queste spedizioni di saccheggio/conquista/insediamento in nuovi territori.

 

Foto della statua della copia marmorea romana del cosiddetto GALATA MORENTE. Il Galata morente era una scultura bronzea attribuita a Epigono, (scultore ellenistico, attivo alla corte del Regno di Pergamo, nella seconda metà del III secolo a.C., autore di molte statue raffiguranti Galati), databile al 230-220 a.C. circa e oggi nota da una copia marmorea dell’epoca romana conservata nei Musei Capitolini di Roma. Al collo raffigurato il caratteristico “torquis“, così chiamato in latino, un massiccio girocollo, solitamente d’oro o di bronzo, più raramente d’argento, realizzato con una disposizione a tortiglione da cui deriva il nome, dal valore identitario per i Celti.

 

Ci chiediamo allora, forse gruppi celtici fecero incursioni fino in Salento come la fecero una incursione a Roma guidati da un brenno, conquistandola persino per del tempo, e così nei Balcani e in Anatolia nello stesso periodo grossomodo?
Non sappiamo quante altre incursioni fecero in quel periodo altri gruppi di Galli/Galati.
Il Salento era una terra ambitissima per il controllo dei traffici del Mediterraneo data la sua ubicazione, e luogo potenzialmente ambito per i prodotti mediterranei della sua terra, vino, fichi, ecc.
Fu ante litteram un fenomeno di scorrerie, predazioni ed occupazioni molto simile a quello delle incursioni vichingo-normanne nel medioevo.

Forse mirarono ad avere degli avamposti commerciali in Salento, e con una copiosa incursione si stanziarono nell’Anxa di Alezio, lasciando anche traccia etnica toponomastica nell’entroterra nella zona di Galatone e Galatina, magari come prediali per aree riassegnate dai romani a gente del luogo di quell’etnia?

Oppure dei gruppi celtici vennero deportati nell’area gallipolina, o comunque essa venne assegnata ad essi? Tanti interrogativi sollevati dai dati indiziari qui raccolti che non sono ancora una prova!

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Notiamo infine certe similitudini tra Messapi e Celti

TARAS dio messapico prima di essere adottato dai coloni Spartani

TARA il nome della collina di incoronazione in Irlanda

TAOTOR divinità presso i Messapi

TEUTA un importante termine che vuol dire comunità in celtico
(del resto il nostro termine italico “tutto”)
“Teuta” nome proprio illirico.

BRINDISI toponimo salentino, dal latino Brundisium, attraverso il greco Brentesion, ricalca il vocabolo messapico “Brention” che indica la testa di cervo, il nome della città sembra, quindi, riferirsi alla forma del porto che richiama la forma della testa dell’animale, (ferma restando anche una diffusa presenza dei cervi fino al recente passato in area salentina).

BRENTA il nome del fiume che nasce in Trentino-Alto-Adige e che sfocia nell’alto Adriatico, si ritiene abbia etimologia da un temine indicante la testa di cervo.

Tutto questo può però semplicemente spiegarsi con le comuni origini indoeuropee di Messapi, Latini e Celti.
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Da valutare ancora nella toponomastica il paese di Galugnano sempre in Salento, non molto distante da Galatina, il cui nome a seguito di questa mia ricerca mi è stato fatto notare dallo studioso salentino Romualdo Rossetti. Galugnano potrebbe essere un toponimo prediale del periodo romano con un nome di persona con radice sempre Gal- interessante in questo studio.

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Da aggiungere poi agli input toponomastici presi in considerazione in questo studio anche il fiume di Galatena che è praticamente a pochi passi da Gallipoli a Nord, sulla costa, con nell’entroterra Galatone. Era un fiume dove le imbarcazioni si avvicinavano per fare scorte d’acqua potabile. Praticamente una sorgente costiera.
Lì si osserva sulla costa rocciosa e bassa un complesso difensivo originariamente chiamato “Torre del Fiume” (di Galatena), leggo, una torre originariamente costruita nel ‘600 per difendere le acque dolci del fiume dalle scorrerie dei pirati, viene oggi chiamata “Le Quattro colonne” per la forma assunta dal complesso fortificato a seguito dei crolli che hanno visto restare in piedi i quattro torrioni posti agli spigoli del complesso difensivo a pianta quadrata.
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Può essere interessante in merito alla etimologia di Gallipoli, che Plinio riporta alla presenza dei Galli Senoni, un paragone con il toponimo della città di Senigallia, anch’essa sulla costa ma sul mar Adriatico e nelle Marche.
“La zona di Senigallia costituisce il confine linguistico fra le lingue gallo-italiche e i dialetti italiani mediani. (…)
Il nome Senigallia fa riferimento ai Galli Senoni che nel IV secolo a.C. fondarono il primo nucleo cittadino”.

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Le trombe di creta affondano la loro origine nel passato mediterraneo ed europeo, interessanti trovo i confronti tra il modello della tromba di creta attorcigliata in una o più spire che troviamo soprattutto nella produzione figulina del sud Salento e certi esemplari archeologici di trombe in creta simili o con estremità a testa di animale/mostro a fauci divaricate presso i celtiberi:

 

Tromba-corno di creta dei celtiberi da Numanzia in Spagna. Decoro a scacchiera. Età del ferro.

 

“strumento di guerra e di uso comune, tipico della Celtiberia, era il corno in ceramica, di cui esistono otto esemplari completi e altri cinquanta rinvenuti nella terra di Arevaci. Lo storico greco Appiano che scrisse delle guerre romane contro i celtiberi parla del corno utilizzato dall’esercito numantino e dai ritrovamenti risulta che si trattava di trombe di circonferenza superata da bocchino e corno di diametro compreso tra 15 e 25 centimetri; alcune di queste corna assumono la forma di mascelle mostruose, come il carnyx ​​dei Galli (il carnyx è uno strumento musicale a fiato celtico solitamente di forma zoomorfa, il cui uso è attestato tra il 300 a.C. e il 200 d.C. Il fiato percorre lo strumento dal basso verso l’alto per poi uscirne da un’apertura superiore, solitamente a forma di bocca di cavallo o di drago). A Numancia (antica roccaforte celtibera in Spagna) sono comparsi i resti di un corno a doppia estremità, con un solo bocchino ” (tratto dall’articolo al link).

“Il sito Numancia ha restituito un gran numero di strumenti musicali, del tipo noto come corni o trombe che sono noti anche da altri siti celtiberici ma in minor numero e varianti tipologiche. Le trombe di Numancia sono aerofoni ultra circolari con bocchino, noti come labrosoni. Tutte le corna in ceramica sono composte da bocchino, tubo e campana. Questo, a volte, adotta una finitura zoomorfa in un modo che potrebbe ricordare le bocche del carnice celtico, sebbene queste ultime fossero sempre in metallo, con un lungo tubo dritto e fossero soffiate con lo strumento posto verticalmente. I suoni sono prodotti dalla vibrazione delle labbra del musicista mentre si appoggiano al bocchino dello strumento, esercitando contro di esso diverse pressioni. I corni celtiberici erano realizzati con grande precisione artigianale, prestando particolare attenzione alla cottura che avrebbe reso il suono del corno adeguato” (tratto dall’articolo al link).

 

Tromba-corno di creta dei celtiberi da Numanzia in Spagna. Età del ferro.

 

“Sappiamo che questi tubi venivano usati per segnalare le diverse manovre dell’esercito sul campo di battaglia. Sono stati utilizzati anche per produrre segnali di pericolo. Un altro uso di cui parlano le fonti romane è quello di produrre tumulto e confusione sul campo di battaglia: un certo numero di questi labrosoni suonati nel momento sbagliato produrrebbe una serie di suoni che, mescolati al suono della battaglia stessa, produrrebbe disorientamento. Potrebbero anche essere usati dalla guardia sui muri come avvertimento di pericolo.

La maggior parte di essi erano decorati a disegno con colore nero minerale, motivi geometrici, segni o simboli, motivi a scacchiera, che non solo li abbellivano e li distinguevano ma, forse, avevano anche l’intenzione di promuovere il coraggio o favorire la fortuna in battaglia. La bocca dentata che simula un animale rappresenta bene la paura che volevano provocare con il loro suono” (tratto dall’articolo al link).

Nel vedere la tromba di Numanzia presso i celtiberi in Spagna, emersa da scavi archeologici e mostrata qui sopra in foto, vien da dire che è come le tipiche trombe-corni di creta del Salento!
Poiché perseguo la pista di una colonia celtica in basso Salento sul versante Gallipolino (Gallipoli-Galatone-Galatina) a partire dagli indizi forniti da Plinio il Vecchio questa similitudine mi intriga!
Le simili trombe salentine vedo che si trovano anche nella ceramica di Grottaglie ma se ho ben osservato avevano una maggiore diffusione come tipologia nel sud Salento a Cutrofiano dove venivano prodotte anche in più di una spira. Nel ‘900 erano ancora oggetti di decoro casalingo, ma avevano perso la funzione di strumento per lanciarsi messaggi tra contadini e famiglie di contadini durante le trasferte nei campi per vari lavori agricoli, ad esempio mi hanno raccontato di tale loro uso nei campi dei Paduli (Nociglia).
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Dal minuto 17:30 l’enorme cratere in metallo prodotto nella polis di Taranto ma trovato in ambiente celtico d’oltralpe:
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Qui mi sono interessato dell’aspetto “ipse dixit” delle fonti antiche.
Partire dal testo fonte di Plinio più originario (a meno di errori dei copisti), e lì scopro che lui diceva “Senonum Gallipolis”.
poi va bene proporre tutte le correzioni possibili ma senza mai alterare il testo di partenza, che invece a me era giunto nelle prime letture nella forma alterata/deformata dagli studiosi moderni,
che avevano ora proposto la correzione “Senum, Callipolis”, creando così poi il problema di ubicare questa “Senum” e qualcuno ha pensato a Porto Cesareo, o la correzione “salentinorum Callipolis”, forse pensando che così Plinio avesse voluto distinguerla dalla città omonima Gallipoli/Callipolis presente nel nord-ovest dell’Anatolia sul mare.
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Ci troviamo di fronte ad un caso in cui almeno apparentemente l’auctoritas dei classici entra in contraddizione con sé stessa.
Scherzo involontario di qualche copista?
Fatto sta che Plinio la dice “Senonum Gallipolis” è chiamarsi anche con altro nome “Anxa”.
Pomponio Mela scrive “urbs Graia, Callipolis”, dove Graia si può tradurre Greca.
E Dionisio/Dionigi di Alicarnasso racconta un mito di fondazione/occupazione che la collega a Tarantini e Lacedemoni, che però non è un mito vergine della sola Gallipoli in quanto è praticamente identico ad un mito di fondazione di Metaponto.
Testo ”Le Antichità Romane” di Dionigi di Alicarnasso.

 

Da ”Le Antichità Romane” di Dionigi di Alicarnasso.

 

Un Leucippo vi è anche nei miti di fondazione di Metaponto:

 

Un Leucippo vi è anche nei miti di fondazione di Metaponto.
Bisogna considerare il secolo in cui compare questo mito di Leucippo a Metaponto.
se non sbaglio dovrebbe essere rappresentato persino sulle monete di Metaponto questo Leucippo.
Mentre altrettanto non accade a Gallipoli, di cui è pure dubbio se abbia mai battuto moneta, qualcuno vorrebbe attribuirgli le monete messapiche con la scritta GRAXA/GRA, ma sono state trovate in altre zone e non tanto a Gallipoli. Poi se fu colonizzata da Taranto, e prima era di Alezio, non ebbe mai una sua indipendenza da battere moneta propria.
E poi sulla Mappa di Soleto GRAXA è più ubicata in zona Porto Cesareo, che a Gallipoli.
Inoltre il nome Leucippo ho letto da qualche parte è stato scelto o coniato proprio per contrastare un nome mitologico già presente a Metaponto, con radice richiamante quello l’ombra e non la luce/bianco come invece in Leucippo.
Ma sono soltanto spunti che metto qui e che ho letti velocemente, meritevoli di maggiori approfondimenti.
In ogni caso è interessante il discorso del medesimo mito ed eroico personaggio che potevano utilizzare genti elleniche per affermare il possesso di più territori.
Così come ad esempio Atene utilizzava il mito di Teseo, suo eroe patrio.

Per capire come la questione-querelle dei Galli in Salento non sia una mia boutade ma da parte mia la ripresa di una questione che per secoli ha interessato gli studiosi locali e non, finché è stata poi malcelata andando persino ad altare il passo di Plinio il Vecchio, ecco qui uno screenshot da un testo del ‘500 dove, aspetto questo che apprezzo, anziché andare a dibattere se l’una o l’altra tesi, galli o greci, con la saggezza di chi sa che vi è sempre una fonte di verità nei dati (io aggiungo persino negli errori poiché permettono di studiare il soggetto che li compie, vedi per esempio i lapsus freudiani), con approccio pertanto eclettico-sincretico, le si prendono entrambe per vere e si discorre su chi vi giunse lì prima o dopo, se i Galli o i Greci. Mi sono imbattuto in questo testo per caso, cercando altro:

 

Da ”Descrittione di tutta Italia”, di f. Leandro Alberti bolognese, del 1568.

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Come le origini della Città altrettanto dibattuta è poi la questione della famosa fontana monumentale di Gallipoli ostentata come ellenica/greca, e chiamata “Fontana greca” ma per la quale si scontrano due posizioni degli studiosi, quelli che la dicono di base un’opera ellenistica del III secolo a.C. e coloro che invece la dicono un manufatto rinascimentale.

 

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A questo punto di fronte alla diatriba mi sono orientato sull’archeologia per trovare in essa prove della pista seguita in questo articolo: “Immagini di Celti in Puglia“.
È corto potete leggerlo in breve tempo.
PLINIO NON MENTIVA: i Celti giunsero anche nella nostra regione!
Dal testo ”Immagini di Celti in Puglia”. Sulla presenza celtica in Salento. Articolo al link.

 

Vedo che in Apulia a Canosa è stato ritrovato questo elmo di cui leggo “Elmo celtico rinvenuto a Canosa di Puglia – IV sec. a.C – bronzo, corallo e ferro”:

 

Elmo celtico rinvenuto a Canosa di Puglia – IV sec. a.C – bronzo, corallo e ferro. Tale elmo era probabilmente, si ritiene, un trofeo di guerra deposto in una tomba come corredo.

 

 

Tale elmo era probabilmente, si ritiene, un trofeo di guerra deposto in una tomba come corredo.

“I Celti usavano separatamente o insieme bronzo, foglia d’oro, ambra baltica, corallo mediterraneo e argento. La smaltatura lateniana ha portato una tecnica originale: l’applicazione a caldo di vetri colorati e opachi di colore rosso sui metalli, probabilmente in sostituzione del corallo proveniente dal Mediterraneo di difficile ottenimento. Di tutte le arti praticate dagli antichi Celti, l’oreficeria rappresenta probabilmente il loro ambito di predilezione: è comunque l’area più ricca di arte celtica scoperta fino ad oggi. Motivi decorativi propriamente celtici, come il triscele, e la loro combinazione intrecciata … ” (tratto dalla voce “arte celtica“).

Alcuni articoli per approfondire “I Celti arrivarono in Daunia“, “I Celti e il Mediterraneo“, articolo.

 

 

Testi tratti dal mio post facebook del 3 gennaio 2020 e dai miei commenti ad esso.

2 commenti su “I CELTI-GALLI-GALATI in SALENTO?

  • Marzo 12, 2021 alle 10:14 pm
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    Un’ipotesi intrigante, argomentazione ineccepibile e ricca di “pezze d’appoggio” plausibili, degna di esser presa nella debita considerazione,

    Rispondi
    • Marzo 22, 2021 alle 2:35 pm
      Permalink

      Grazie, mi sono limitato a dar fiducia ai classici in partenza e poi a ricercare possibili “pezzi” di un puzzle semi-dimenticato con un’indagine a 360°.

      Rispondi

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