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Il “Bestiario” del mosaico medioevale di Otranto: approfondimenti su alcune creature raffigurate (mostri, animali, piante, ecc.)

Il “Bestiario” del mosaico medioevale di Otranto:

approfondimenti su alcune creature raffigurate (mostri, animali, piante, ecc.)

dagli studi di

Oreste Caroppo

Il Dragone.

Seguono le schede sulle varie creature qui analizzate, ma molte altre ne annovera l’enorme mosaico:

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Indice

L’Orice?

Il Gufo reale? 

Il Basilisco (il Camaleonte teratomorfizzato)?

La Foca monaca?

La Capra selvatica egagro?

La Leucrota?

Il Daino o il Capriolo?

I Dragoni (e serpenti)

La Cicogna bianca, i Serpenti e i Ricci

La “Cilona de terra” la testuggine di terra

L’Orso?

L’Elefante e il Topo?

Dromedari e forse anche Cammelli

Il Corvo, la Colomba e l’Ulivo

La “Cucuzza” (zucca bottiglia anche lunga)? 

La Vite coltivata ad alberello leccese?

La Palma da dattero?

Il Fico (Ficus carica) e il suo frutto proibito nell’ Eden?

La Manticora nei bestiari (o sfinge egizia)

La Sfinge greca

La Pistrice/Ketos o il Pesce mostruoso?

Il Cinghiale

L’Unicorno

Il Grifone mitologico

 

APPENDICI

Il Pollo sultano nei mosaici di Casaranello a Casarano

L’Aquila nel mosaico della Cattedrale di Brindisi

I Funghi rappresentati nella tela di Sant’Antonio Abate a Zollino

Il Bottone di mare nei mosaici di Aquileia nel nord Adriatico?

La Tartaruga di mare in un dipinto a Gallipoli

La razza del Cane Cirneco nel mosaico della Cattedrale di Brindisi?

L’Asino nel mosaico della Cattedrale di Brindisi?

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Cattedrale di Otranto, immagine tratta dal link.
Come immagine guida del mosaico pavimentale medioevale (realizzato fra il 1163 e il 1165) della Cattedrale di Otranto guardate anche qui:

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L’Orice?

Nel corso del tempo alcune epigrafi pur conservando tutte le lettere hanno subito delle storpiature tra danneggiamenti e restauri poco oculati che ne hanno alterato la lettura, vediamo il caso di questo tondo con effige di un animale:
Orice raffigurato in un tondo nel mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto, zona del presbiterio, con stella a sei punte. L’Orice che nel tempo divenne “Gris”?
Si trova dal mosaico del pavimento del presbiterio. Appena si vede l’animale ad un esperto naturalista non sfuggirà l’ipotesi che si possa trattare di un’antilope orice. Il nome del genere in latino corrisponde esattamente al nome in greco: Oryx. Dal testo “L’Enigma di Otranto” leggiamo che questo animale è descritto con il nome Oryx già nell’opera “Cynegetica” (trattato sulla caccia) dell’autore greco Oppiano di Apamea (II-III sec.d.C.). L’ “Oryx” ricordato da Oppiano dovrebbe identificarsi secondo alcuni studiosi con l’Oryxleucoryx, figurato su monumenti egizi (“Grazie a una riproduzione dei colori fedelmente completata da esploratore francese Frédéric Cailliaud nei primi anni del XIX ° secolo, siamo in grado di visualizzare un tebano risalente pittura manca dal regno di Amenofi II (sotto il Nuovo Impero). Raffigura una scena di caccia nel deserto e un orice la cui morfologia e, soprattutto, la cui colorazione del mantello coincide ovviamente con quelle dell’orice arabo. Di conseguenza, avanziamo l’ipotesi della possibile presenza dell’orice arabo nel deserto orientale dell’Egitto in epoca faraonica.“).
ORYX che diventa forse ORIS nella originaria epigrafe sul mosaico, ma poi storpiato ad oggi in un indecodificabile GRIS.
Pantaleone dei collari a volte solo decorativi li fa comparire sugli animali raffigurati nel mosaico idruntino, e il caso dell’antilope in oggetto. Qui in questo articolo, forse per un progetto di reintroduzione, vediamo degli Orici d’Arabia con radiocollari invece odierni.
Nel mosaico non è infrequente che animali anche assai facilmente riconoscibili come cervi e leoni siano indicati da precisa epigrafe tassonomica, (precisa per l’epoca, siamo ben prima di Linneo), troviamo così CERVUS (nella navata sinistra) e LEONE (nella navata destra). Per questo non stupisce che anche per qualche altro animale dove troviamo un solo termine epigrafico associato la pista tassonomica sia da battere. In tal caso ORIS, da oryx, l’orice esattamente rappresentato nel presbiterio lo trovo plausibile. Inoltre rispetto al cervo e al leone l’orice era meno noto ai locali, motivo per cui indicarne il nome poteva essere sentito come una esigenza, tanto più che anche le epigrafi partecipano a colmare gli spazi secondo le esigente artistiche dell’ “horror vacui“. Se si guarda lì con attenzione si noterà proprio il segno di margine del tratto che si era staccato o fortemente danneggiato col tempo e che fu poi restaurato alla meno peggio (si nota anche il cambio della pezzatura delle tessere musive utilizzate); un danneggiamento che colpì la parte superiore delle lettere e una parte sempre superiore della prima lettera, spezzando la continuità della qui presunta O che divenne una sorta di G nei restauri qui ipotizziamo. Stiamo seguendo qui una pista tassonomica per la lettura dell’epigrafe nel tondo. Altre versioni tassonomiche dell’esegesi di quell’epigrafe da parte di altri studiosi hanno proposto di ricondurla ad ONAGRIS, cioè l’onagro (l’asino selvatico); ma questa ipotesi non mi ha mai convinto sia perché quello non è un asino selvatico, sia perché mancano un po’ di lettere per arrivare ad ONAGRIS e non sembra che delle intere lettere sono state cancellate nel corso del tempo tenendo conto del chiaro segno della parte distaccatasi e ricostruita. Mentre l’ipotesi dell’orice mi sembra la più naturale, sempre con la guida del metodo del rasoio di Occam.
Mi interessano molto le vostra idee in merito alle ipotesi qui esposte, anche per la buona applicazione di un principio di falsificazione.
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Il Gufo reale? 

Mosaico pavimentale del XII sec. d.C., Cattedrale di Otranto particolare del Gufo reale, navata centrale. Bellissimo nella sua semplicità! Grande sensibilità naturalistica degli autori!
Confronto con ritaglio di foto a destra in alto di un Gufo reale (Bubo bubo), specie presente comunque in Italia.

L’uccello strigiforme ritratto può essere o della specie Gufo reale o al limite della specie Gufo comune (Asio otus), ma per le caratteristiche dei ciuffetti per come ritratti maggiori le somiglianze con il Gufo reale che li ha disposti orizzontalmente e relativamente grandi, mentre son verticali nel Gufo comune. Son di minori dimensioni poi nel Gufo di palude (Asio flammeus) pur presente in Salento, e presenti sempre verticali anche nell’Assiolo (Otus scops), comune in Salento, ma che ha comunque corporatura assai minuta.

Vedi il video: “perché i gufi hanno i ciuffetti“:

 

GLAUX APULA A FIGURE ROSSE E PISSIDE ATTICA fine V-metà IV sec. a.C. con alloro sacro ad Apollo e la civetta sacra ad Atena.

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Il Basilisco (il Camaleonte teratomorfizzato)?

Focalizziamo l’attenzione su un animale reale o fantastico ritratto nello spazio tra i tondi del presbiterio nel mosaico di Otranto, se non un gallo potrebbe allora essere il basilisco dei bestiari, animale fantastico a metà strada tra gallo e rettile, ispirato dal reale camaleonte, animale questo presente in Salento, come presente nel Salento il fiabesco “fasciuliscu” (in vernacolo locale corrispondente a “basilisco”):
Gallo o Basilisco, presbiterio, mosaico pavimentale del XII sec. d.C., Cattedrale di Otranto. Se ciò che gli esce dalla bocca non è un pezzo di vegetale, un frutto che sta mangiando, ma la lingua sua medesima, tendo conto del legame esistente tra basilisco e camaleonte noto per la sua lunga lingua retrattile allora ancor di più si può ipotizzare che si sia voluto rappresentare il basilisco più che il gallo. Se si confronta anche con un facilmente riconoscibile gallo che appare sempre nel mosaico del medesimo presbiterio l’ipotesi del basilisco per questa raffigurazione diventa ancor più forte.

 

Si tratta di una creatura mitica molto radicata nella cultura del Salento.

E’ nello stemma del paese di Sternatia:

 

Stemma del Comune di Sternatia nel Salento – Basilisco.

 

Illustrazione del basilisco:

 

Mustela nivalis lutando contra um basilisco, em forma de galo com cauda de réptil, gravura de Wenceslaus Hollar, século XVII”.

 

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Forse un basilisco appare già in Salento nei vasi apuli a figure rosse, ecco il rarissimo caso su un cratere che viene dal corredo funebre di una tomba messapica scoperta a Squinzano. Vedi per approfondire il mio articolo: “Cosa è il “MOSTRO DI SQUINZANO” che emerge da un profondo passato?!”.

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Ulteriore raffigurazione dal web del basilisco, qui con quattro zampe come il camaleonte:

 

Basiliskenzeichnung aus der Chronik des Aachener Bürgermeistereidieners Johann Janssen.

 

Questo animale dei bestiari pare derivi dal camaleonte comune mediterraneo presente anche in Salento, che ne sia una sua teratomorfizzazione, ovvero trasformazione in animale mostruoso.

Alcune sue raffigurazioni ben ricordano proprio il camaleonte, come questa:

 

Melchior Lorck: Basilischus (basilisco), Radierung, 1548

 

Nel Salento del ‘600 già si effigiavano camaleonti comuni mediterranei sulle facciate dei palazzi con grande conoscenza naturalistica dell’animale che oggi comunque vive in Salento spontaneo.

 

Proprio a Lecce una rappresentazione scultorea in pietra leccese così naturalistica del comune Camaleonte mediterraneo sullo stemma di Palazzo Lanzilao, XVII sec.

 

Per approfondire sul camaleonte nel Salento: “Il CAMALEONTE SALENTINO, il mitico fiabesco “FASCIULISCU” della tradizione magliese, da tutelare con i suoi habitat e ridiffondere in natura massimamente! Contro ogni meschino tentativo di demonizzazione da razzismo verde di questa specie comunque iper-mediterranea!“.

 

Il Camaleonte mediterraneo (Chamaeleo chamaeleon).

 

Un video con la specie di camaleonte del Salento anche per vedere l’eiezione della sua lunga lingua retrattile:

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La Foca monaca?

 

Fanciulli nudi a cavallo di pesci o cetacei e forse un essere dal corpo di foca monaca. Mosaico pavimentale medioevale della Cattedrale di Otranto, navata centrale.

 

La foca monaca nel mosaico di Otranto?

Mi sembrava alquanto strano che il grande mosaicista Pantaleone, uomo dotto e curioso, come semplice e diretto nello stile espressivo, non fosse stato colpito dalle foche monache di cui era ricca la costa otrantina nel tempo in cui visse. Il mosaico pavimentale della Cattedrale lo realizzò tra il 1163-1165. Pertanto tornato a visionarlo, proprio in una scena di animali marini, tra vari pesci, ecco che noto questo strano essere, qui nella foto in basso a destra! Cosa può essere? Un mostro zoo-antro-morfo, come altri esseri chimerici prossimi, ma poiché compaiono anche animali non mostruosi che popolano i mari, potrebbe essere proprio una foca dal corpo idrodinamico ed estremità pinnipedizzate?! O un mostro antropo-foca.

E’ un tripudio della fantasia e conoscenza medioevale, ma anche un grande libro della Natura, ed anche in parte di quella proprio salentina del medioevo, il grande mosaico idruntino! L’immagine della possibile foca è nella navata centrale quasi al centro di questa, nella porzione destra per chi entra nella Cattedrale Otrantina. E’ la prima volta, a quanto mi risulta, che si propone di vedere una foca monaca (vitello di mare anche chiamata) nel corpo di quel grosso essere marino del mosaico dall’estremità bicaudata, come bicaudata appare la foca nella realtà, per la forma a pinna di ciascuno dei suoi due piedi posteriori. (Immagine e didascalia da un mio post facebook del 3 maggio 2014

 

 

Per approfondire sul ritorno della foca monaca in Salento e sul passato di questa specie nel Mediterraneo e i Salento clicca qui, un mio post facebook dedicato all’argomento, con tanti dati anche nei miei commenti ad esso.

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La Capra selvatica egagro?

Caprone nel mosaico pavimentale del XII sec. d.C. nella Cattedrale di Otranto.

 

Nota naturalistica: un reperto osseo riconducibile ad un Egagro (Capra aegagrus), la Capra selvatica progenitrice delle capre domestiche italiane è stato ritrovato nel sito di Favella della Corte (Cosenza) e risale al Neolitico antico I dell’Italia meridionale, datato intorno a 7000 BP.
Un oggetto di origine venatoria importato in quel contesto insediativo neolitico dal Mediterraneo orientale o segno della presenza della Capra selvatica a quel tempo nel meridione d’Italia o delle prime Capre domestiche ancora in una fase di transizione con spiccati caratteri selvatici in Italia! Pensate dunque che attentato culturale e naturalistico la demonizzazione della presenza di capre sulle isole italiane, dove vi vivono da secoli ormai, introdotte dai marinai per averne degli allevamenti-dispesa venatoria a cielo aperto, da cui persino derivano i nomi di tante nostre isole. Isole che come l’allevamento sul continente sono arche di Noè. Pensate dunque, se ve ne fosse bisogno di ulteriori dati, che attentato la denigrazione delle Capre selvatiche e inselvatichite dell’Isola di Montecristo che hanno spiccate caratteristiche proprio dell’Egagro ancestrale!
Becco dalla popolazione di capre selvatiche/inselvatichite dell’Isola di Montecristo.
Opportuni progetti di rinaturalizzazione, dobbiamo chiedere la creazione di popolamenti di Capre selvatiche-inselvatichite nel Sud Italia nei parchi naturali di Terra d’Otranto, attingendo alle Capre di Montecristo e partendo da quelle domestiche pugliesi (joniche e garganiche) da fare inselvatichire!

 

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La Leucrota?

Di che specie si tratta?
C’era anche una tassonomia dei bestiari medioevali con comunque alcuni caratteri iconografici ed etologici delle bestie pseudo-reali.

Forse la leucrota dei bestiari antichi nel mosaico di Otranto del XII sec. d.C. Inizio navata centrale, pavimento sulla sinistra.

 

E’ sulla sinistra immediatamente dopo l’ingresso principale della navata centrale della Cattedrale di Otranto, mosaico pavimentale del XII sec. d.C. accanto alla scena dei due guerrieri-cavalieri duellanti con scudi tondi e bastoni clavati.
Per tanti era solo un cavallo imbizzarrito, ma di cavalli nel mosaico ce ne sono e tutti hanno il normale zoccolo di cavallo. Ergo questa semi-creatura ritengo sia altra cosa!
Che cosa?
Provate a sfogliare i bestiari e proponete!

Forse la leucrota (o leucrotta o leocrota, o leucrocota) che si diceva avesse la forma e taglia di un asino selvaggio, la parte posteriore di cervo, il collo, il petto di leone, lo zoccolo diviso in due parti, testa di cavallo e una larghissima bocca (sovente mostrata aperta nell’iconografia), folta criniera di cavallo, al posto dei denti un osso continuo, dicono che questo animale sia capace di imitare la voce umana. Come fa capire anche il nome si tratta di un animale di fantasia ma costruito intorno agli animali della famiglia delle Hyaenidae, le iene (famiglia tassonomica presso la quale compare il genere chiamato proprio Crocuta – ricordiamo, nota naturalistica, che nel Pleistocene la iena ridens, specie Crocuta crocuta, così detta perché emette un verso che può ricordare il riso di un essere umano, faceva parte della fauna documentata dalla paleontologia per il Salento). Per i confronti con la bestia raffigurata a Otranto meglio considerare alcune miniature nei manoscritti e altri disegni che rappresentarono in passato questo animale semi-fantasioso.
Dal Bestiario di Aberdeen, un manoscritto miniato inglese del XII secolo, (custodito nella Biblioteca dell’Università di Aberdeen), miniatura della leucrota. Immagine tratta dal link.
Vedo anche rappresentata una criniera nella creatura enigmatica di Otranto.
Rispetto a questa miniatura solo la coda, diciamo, è diversa.
Ma l’autore del mosaico ha voluto rimarcare in maniera molto decisa lo zoccolo diviso in due e anche la bocca aperta. E questi due potrebbero essere dei particolari diagnostici importante per l’identificazione con la leucrota.
Hanno zampe dove si indica lo zoccolo diviso in due nel mosaico ad esempio: mucche e tori, pecore/arieti (vedi nel mese di aprile), capre/caproni (incluso l’animale cavalcato da Rex Arturus, si nota bene questo particolare su tre delle sue zampe, e anche così già in tutte le zampe dell’animale che erano in vista nei primi dell’ ‘800 come ci mostrano dei disegni effettuati allora per “fotografarne” lo stato), il daino (o capriolo) tra le spire del dragone nell’abside, i cervi, l’unicorno, l’antilope-orice del medaglione con epigrafe “Gris”, cinghiali e maiali, gli elefanti, il dromedario (o cammello), il capricorno, un possibile rinoceronte nei pressi dell’Arca di Noè, anche gli struzzi e i centauri sono rappresentati con la zampa divisa in due, anche in una sfinge alata.
Non così ad esempio i felidi e i cani dove si fanno vedere più dita.
 
E così gli equini (cavalli, asini) appaiono con il loro tipico zoccolo unico.
 
Tutta questa attenzione nella rappresentazione delle zampe divise a due in certe specie anche in un mosaico così naïf nello stile come quello di Otranto può essere forse meglio compresa se si considera come in quel tempo forte era il contatto con la cultura ebraica per la presenza a Otranto e non solo di grosse comunità di ebrei con le loro accademie di studi religiosi.
 
Nella Torah ebraica si fa infatti questa distinzione: “I quadrupedi puri sono quelli non carnivori che hanno lo zoccolo fesso, ossia spaccato in due parti, e che sono ruminanti. Affinché siano puri, gli animali debbono avere entrambe le caratteristiche. Il cavallo, nonostante sia un ruminante, ha uno zoccolo privo di fessure ed è quindi impuro” (vedi il testo al link).
Il particolare dello zoccolo diviso in due poi in questo essere mostruoso all’inizio della navata centrale sulla sinistra, a cui è dedicato questo paragrafo, è praticamente esagerato, evidenziato in maniera inequivocabile, ecco perché la lettura che propongo per esso come rappresentazione della leucrota.
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Il Daino o il Capriolo?

Il daino o il capriolo e il dragone nel mosaico medioevale pavimentale del XII sec. d.C. della Cattedrale di Otranto, zona abside. Il drago qui, come anche altri serpenti nel mosaico, forma un nodo con la sua coda.

 

Il daino o il capriolo nel mosaico pavimentale del XII secolo d.C. nell’abside della Cattedrale di Otranto, catturato da un dragone?
Nel mosaico compaiono cervi, anche i grandi dimensioni, con palchi, anche indicati dal nome con l’epigrafe “cervus”, pecore, capre, ma non sono mai maculati.

 

“CERVUS” nella parte sommitale del mosaico pavimentale del XII sec. d.C. nella navata sinistra della Cattedrale di Otranto.

 

In natura sono maculati i piccoli di capriolo, presenti nella fauna del Salento del tempo, ma da piccoli non hanno palchi.

Tra i cervidi mediterranei solo i daini (Dama dama) hanno contemporaneamente palchi e mantello maculato da adulti (i palchi compaiono nei maschi).

Riguardo a questo cervide rappresentato nel mosaico tra le spire del dragone queste sono le considerazioni per orientarsi:
-) o è una rappresentazione naturalistica precisa della specie intesa dall’artista e in tal caso tra i cervidi presenti in Italia al tempo l’unico animale che ha contemporaneamente palchi e mantello pomellato è l’adulto maschio di daino (Dama dama)
Daino (Dama dama) maschio adulto con palchi. Vista di profilo.
-) oppure è una rappresentazione simbolica della specie intesa e in questo caso si dovrebbe osservare che il tipo di corna sono praticamente quelle dritte in testa del Capriolo adulto (mentre sono assai estese e non dritte sul capo quelle del daino), che però ha mantello pomellato solo quando è piccolo e quando è piccolo non ha le corna.
Capriolo (Capreolus capreolus) maschio adulto con palchi. Profilo. Le sue corna sono a sviluppo più dritto sul capo che nel Daino.

 

Cucciolo di capriolo. L’indifeso piccolo di capriolo ha una base scura del mantello pomellato come nella rappresentazione del mosaico.
A favore di questa seconda ipotesi del capriolo piccolo potremmo aggiungere che nei pressi del cervide pomellato raffigurato nell’abside della Cattedrale di Otranto si aggira un lagomorfo (probabilmente una lepre) relativamente delle stesse dimensioni del cervide, al che facendoci dire che si tratta di un piccolo esemplare di cervide (sempre con l’anomali, magari simbolica pro identificazione della specie, della corna).
Lepre, daino o capriolo e dragone nel mosaico medioevale pavimentale del XII sec. d.C. della Cattedrale di Otranto.
L’identificazione è resa non immediata dal punto di vista delle dimensioni relative anche perché accanto l’artista ci mette questa lepre.
In tal caso dovremmo dire che l’artista ha voluto rappresentare un piccolo di capriolo, che effettivamente dà tanto quando lo si trova in natura l’idea dell’essere indifeso a rischio dei pericoli del mondo, la madre del capriolo lo lascia in un campo per andare a nutrirsi e lui rimane immobile mimetizzandosi grazie al suo mantello, sperando di non essere visto dai predatori.
Da questo punto di vista immaginando una rappresentazione simbolica dovremmo pensare che sia più un piccolo di capriolo; altrimenti un daino adulto accettando il tutto nella tante licenze artistiche naïf che nel mosaico vengo prese.

Se invece che il daino che ha contemporaneamente da adulto palchi e mantello pomellato, i suoi palchi in natura sono decisamente più vistosi come quelli del cervo ma più pieni, ben diversi anche nel modo di estendersi nello spazio rispetto alla testa in confronto a quanto nel mosaico.

Considerando questa chiave di lettura dell’artista, che con una rappresentazione, che con pochi simboli, voglia far capire che cosa intende, allora potremmo dire ha voluto farci pensare ad un piccolo di capriolo.

Fatto sta che la soluzione non è di facile soluzione, di certo si può dire: l’artista ha voluto comunicarci che non è un cervo, ma sempre un cervide. Nel ‘600 ancora i daini (chiamati anche damme) erano presenti nel Salento liberi come i caprioli e cervi. E’ presumibile fosse idem nei secoli del mosaico idruntino qui sottoposto a studio. Ergo lì o un daino o un capriolo. Per approfondire sulle faune del Salento nei secoli passati rimando a questo mio approfondimento: “Il CERVO a MAGLIE e nel SALENTO tutto e le MERAVIGLIE di una Natura dalla BIODIVERSITÀ ricchissima perduta che si può e si deve fare tornare!“.

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I Dragoni (e serpenti)
Oltre al drago alato e con zampe visto nel paragrafo precedente nel mosaico idruntino compaiono diversi altri draghi.
Dalla ”Historiae animalium” di Conrad Genser, del 1551. I greci definivano ”drago” anche ogni grosso serpente.
Vi compaiono infatti ritratti diversi grossi serpenti anche cornuti.
Questo di seguito immenso è nella navata di destra, mostrato mentre sta divorando nelle sue fauci un intero caprone:
Notando come viene raffigurata la criniera nei leoni possiamo dire che questo drago ha la criniera, e l’elemento della criniera caratterizza sovente il drago orientale (cinese ad esempio).
A sua volta un fiero leone aggredisce questo serpente:
Trovo molto suggestiva questa composizione imponente di zoofagia che vediamo poco più in basso rispetto all’ipotizzato San Marco sempre nella navata destra certamente anche con valori allegorici simbolici nella scelta dei committenti o comunque dei progettisti dell’opera, con la presenza dei tre animali che si azzannano-divorano a catena aperta e che sono i tre precisi animali che compongono secondo il mito antico il mostro Chimera dei Greci:
Leone, Serpente-drago e Caprone-capra.
Mi piace anche ricordare che i Monti Acrocerauni (etimologicamente dal greco “le vette dei fulmini”), che si vedono quando il cielo è terso all’orizzonte da Otranto verso Est al di là del mare, lessi da qualche parte che erano anche chiamati Monti della Chimera.
Qui la Chimera rappresentata nella ceramica apula antica a figure rosse, un piatto, ca. 350-340 a.C., conservato in Francia nel Museo del Louvre:
Questa invece la statua bronzea della Chimera da ambiente etrusco (la statua è nota come la Chimera di Arezzo datata seconda metà o fine del V sec. a.C.):
Interessante notare come le capre nelle due chimere mostrate hanno corna tortili nel primo caso e arcuate nel secondo, una variabilità che si osserva ancora oggi tra le capre domestiche/inselvatichite italiane. Biodiversità da preservare!
E a proposito di chimere nel mosaico di Otranto si trovano veri e propri mostruosi innesti animali come questo:
Essere mostruoso chimera-innesto dal mosaico medioevale pavimentale, navata centrale Cattedrale di Otranto. Elefante più una sorta di mustelidi serpentiformi. Vediamo poi animali che mangiucchiano il grande albero della navata centrale.
Ecco di seguito dal mosaico di Otranto sempre una rappresentazione del misterioso serpente cornuto:
Mosaico pavimento navata centrale, XII sec. d.C. La testuggine di terra e il mitico serpente cornuto vicino l’Arca di Noè. Cattedrale di Otranto. Mi chiedevo se mancasse nel mosaico la testuggine di terra, ma mi par di trovarla vicino l’Arca di Noè. Sotto vediamo il serpente cornuto tipico di tante leggende salentine: il chersydros e/o il pasturavacche a cui ho dedicato degli approfondimenti.
L’animale sopra grigio cosa vorrebbe essere invece un rinoceronte?
Mo sono tanti altri i mostri serpentiformi che si possono incontrare sul mosaico.
Serpente cornuto che mangia un lagomorfo (coniglio o lepre) con volpe vicina che suona dei piattini, mosaico pavimentale del XII sec. d.C., presbiterio della Cattedrale di Otranto.

 

Vaso di stile Gnathia, con lagomorfo (coniglio domestico/selvatico o lepre) e grappoli d’uva.
Sembra cornuto anche il serpente che tenta Eva raffigurato nel mosaico pavimentale della Cattedrale di Trani successivo al mosaico di Otranto e sempre del XII sec. e.v.:
Ma le leggende si fondano su suggestioni naturalistiche forti. Vedi ad esempio questo video di un grandissimo serpente (Cervone) di circa 3 metri che viene risvegliato dall’espianto di un albero di ulivo in Puglia, campagne di Surano, 8 gennaio 2021. Video di Giuseppe Maggiore. Articolo della notizia che ha avuto ampia diffusione al link.
Nel Salento inoltre si stanno registrando avvistamenti non ancora confermati di ”Stellione” Agama stellio, che qui vediamo fotografato nella vicina isola di Corfù, un grosso sauro parente tassonomicamente delle iguane (stesso infraordine Iguania):
”Stellione” Agama stellio – Corfù. Immagine dal bel sito web arachnoboards.com.
Confermata invece scientificamente è stata la diffusione in Salento di un altro sauro, l’Algyroides nigropunctatus, comunemente chiamato algiroide magnifico, che vive nei vicina Penisola balcanica; una bellissima notizia di incremento della locale biodiversità! Tra gli altri sauri già presenti: la lucertola campestre (“ursicula” in dialetto magliese), il ramarro, alcune specie di gechi e il camaleonte comune.
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La Cicogna bianca, i Serpenti e i Ricci

 

La cicogna bianca e il riccio si contendono il serpente, presbiterio, mosaico pavimentale del XII sec, d.C, Cattedrale di Otranto.

 

Accanto si vede anche il famoso “Asino arpista” e un’altra cicogna:

 

Porzione del presbiterio, mosaico pavimentale del XII sec, d.C, Cattedrale di Otranto. Asino arpista.

Anche sul portale di ingresso di Palazzo Lanzilao del XVII sec. d.C. nel centro storico di Lecce vediamo scolpito il motivo della Cicogna che preda il serpente:

 

Portale di ingresso Palazzo Lanzilao XVII sec. d.C. centro storico di Lecce, vi vediamo scolpito il motivo della cicogna che preda il serpente. 13 aprile 2019, foto di Oreste Caroppo.

 

Il paese di Cerignola (nord Puglia) ha nello stemma comunale una cicogna che uccide un serpente.

 

 

Lo stemma comunale riproduce una cicogna che spezza un serpente, in ricordo della leggenda che narra la salvezza della città ad opera delle cicogne durante un’invasione di serpenti.

 

Cicogna bianca che mangia il serpente, foto dal web. Frequenti in passo migratorio in Salento, talvolta vi nidificano le Cicogne bianche.

 

Il motivo del riccio che preda il serpente l’ho scovato anche anche in bassorilievi nel centro storico di Soleto:

 

Ricci mordono serpenti e Croce a svastica spiraleggiante all’interno del cerchio. Centro storico di Soleto in Salento. Foto di Oreste Caroppo del pomeriggio del 29 luglio 2016.

In quel contesto architettonico quella rappresentazione del riccio che azzanna il serpente sulla parete esterna di un’ abitazione ha un valore magico apotropaico di scacciata del male. Buonaugurale quindi.

 

Riccio che preda un serpente

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La “Cilona de terra” la testuggine di terra

Ecco di seguito dal mosaico una rappresentazione della testuggine di terra, “cilona de terra” in dialetto magliese salentino:

 

Mosaico pavimento navata centrale, XII sec. d.C. La testuggine di terra vicino l’Arca di Noè. Cattedrale di Otranto.

 

Nel Salento la tipica testuggine di terra è quella della specie Testudo hermanni, probabilmente la stessa raffigurata nel mosaico idruntino, allevata nei giardini privati per tradizione e presente anche in libertà in passato più di oggi (urgono ripopolamenti!):

 

 

In passato non è escluso vi fossero anche due altre specie già diffuse ancora oggi insieme alle T. hermanni nelle vicine isole greche come Corfù, e ciò la Testudo graeca e la Testudo marginata – sarebbe il caso di permettere una maggiore diffusione in natura libere e presso i privati di queste tre specie. Ci sono zone della Calabria in cui ancora la marginata vive selvatica.

Leggo in questo studio “La Testuggine terrestre salentina” che La Testudo marginata in Puglia era chiamata “Cilona carbonaria“, probabilmente per il colore solitamente più scuro del suo carapace negli esemplari adulti, contrariamente a quello con più estese parti gialle che caratterizza la più autoctona e diffusa in Puglia (Salento incluso) Testudo hermanni. Si parla nell’articolo anche del ritrovamento in Italia di qualche Testuggine greca.

Testudo marginata.

I Greci usavano il carapace delle tartarughe come cassa di risonanza per strumenti musicali a corde!

 

Lecce, Museo Archeologico, lira ottenuta dal carapace di una testuggine.

 

Ad oggi gli studi paleontologici permettono con buona fiducia di sostenere l’ipotesi dell’ introduzione antropica della Testudo marginata in sud Italia in periodo olocenico e connotato dai grandi traffici umani mediterranei di epoca protostorica e storica. Leggiamo qui di resti di Testudo marginata del V sec. a.C. ritrovati a Metaponto, Bernalda e Reggio Calabria da “Il registro fossile italiano dei cheloni“. 
A Roma resti di carapace di T. marginata furono rinvenuti in una sepoltura arcaica nei pressi del Lacus Curtius (fonte).
Oggi la T. marginata è ampiamente presente in Sardegna anche allo stato selvatico, tanto da essere comunemente denominata Tartaruga sarda, benché ben presente in Grecia.

 

Magna Grecia, lira ottenuta dal carapace di una testuggine marginata. Locri (Regione Calabria), museo.
 
Leggiamo anche da “Il registro fossile italiano dei cheloni”, di resti di Testudo graeca trovati a Roca Vecchia nel Salento e datati III sec. a.C./ XIV-XVI sec. a.C.
 
La Testudo hermanni in Italia è attestata già dal Pleistocene con continuità sino ai nostri giorni!
 
Della Testudo graeca leggo di segnalazioni fossili per l’Italia anche nel Pleistocene e neolitico.
 
La Testuggine palustre europea Emys orbicularis la vediamo attestata in Puglia già dal Pleistocene, ergo con continuità presente in Italia e Puglia fino ad oggi.
Dal corredo funebre di tombe magnogreche a Metaponto carapace di Testudo marginata utilizzati come cassa di risonanza per la costruzione di lire.
 
Interessante la presenza in Sicilia di cui leggiamo in “Il registro fossile italiano dei cheloni”, di tartarughe di terra giganti poi estinte.
Vi è un passo in quello studio in cui si accenna a specie di tartarughe terrestri giganti che han popolato l’Europa nel Terziario, e nel Pleistocene le isole Maltesi e la Sicilia (cui attestati esemplari con una lunghezza del guscio maggiore di 1 metro); erano legate alle tartarughe terrestri giganti che vivevano in Africa, e le cui discendenti viventi possono essere ritrovate nella grande Testuggine africana (Geochelone sulcata) che ha un carapace lungo fino a 85 cm, e vive nell’ area afro-tropicale.
Oggi estinte in Europa si crede possibile una loro diffusione mediterranea sia tramite geologici ponti di terra in tempi passati, sia via mare come avvenuto per le tartarughe terrestri giganti che oggi popolano le isole vulcaniche della Galàpagos. E lo stesso vale anche per altri rettili.
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L’Orso?

La rappresentazione dell’orso la troviamo in una ruota nel presbiterio, nel mosaico pavimentale del XII secolo d.C., nella Cattedrale di Otranto:

Orso, ruota nel presbiterio, mosaico pavimentale del XII secolo d.C., Cattedrale di Otranto.

Anche se la rappresentazione non è di grande maestria artistica notiamo come il mosaicista abbia messo in evidenza ad identificazione della specie le zampe dell’animale, l’orso è infatti un plantigrado, gli Ursidi sono infatti dei mammiferi che, come gli Ursidi, i Mustelidi e i Procionidi, nel camminare poggiano a terra con tutta la pianta del piede, carpo e tarso compresi; plantigrado contrapposto a digitigrado e a unguligrado.

Nella Cattedrale di Otranto, nella porzione basale del mosaico pavimentale del XII secolo d.C. nella navata destra, (vedi foto di seguito), vediamo dei canidi (lupi o cani, specialmente cane l’esemplare con collare, anche se nel mosaico compaiono a volte collari e tatuaggi decorativi nelle creature animali), una manticora (vedi oltre sulla manticora il paragrafo dedicato), e un animale in basso a destra che potrebbe essere un orso, si vede solo la testa, (altre ipotesi che sia un maiale o un tasso, ma questa ipotesi meno probabile perché il tasso, pur presente nella fauna salentina anche mangiato dai salentini, è un animale più piccolo e dalle orecchie più contenute).

 

Cattedrale di Otranto, porzione basale del mosaico pavimentale del XII secolo d.C. nella navata destra.

 

Orso bruno (Ursus arctos).

 

Nel Medioevo pare che degli orsi bruni (Ursus arctos stessa specie che vive in Appennino, Alpi e Balcani) fossero tenuti nel fossato di Torre del Parco a Lecce, ancora oggi a Valona sull’altra sponda del Canale d’Otranto degli Orsi bruni si osservano in un serraglio in città, ciò testimonianza di quanto nella nostra area geografica gli Orsi erano comunque comuni in epoca storica, come nel Paleolitico.
Nel Salento troviamo il toponimo di Torre dell’Orso; nel Nord Puglia nel pre-Appennino Dauno il toponimo della città di Orsara di Puglia. Ancora presente il cognome Orsini in Salento.

Troviamo anche l’orso in un tondo nel mosaico pavimentale della metà del XII secolo nella Cattedrale di Sant’Evasio a Casale Monferrato, vi compare un uomo che lotta contro un orso:

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L’Elefante e il Topo?

 

Mosaico pavimentale del XII secolo della Cattedrale di Otranto, inizio navata centrale. Elefanti dendrofori.

 

Per l’identificazione degli elefanti nessun problema, ben più difficoltoso capire cosa fosse l’animale rappresentato in basso. Ho pertanto indetto anche una collettiva partecipazione su Facebook con un post per tentare di capire che animale si sia voluto lì raffigurare.

Si è così compreso che si tratta di un topo o ratto, sebbene le sue dimensioni siano esagerate e sebbene sia molto diverso dal topo che in giuste proporzioni è raffigurato vicino ad un gatto nel medesimo mosaico:

 

Gatto domestico e topo/ratto, mosaico pavimentale medioevale nel presbiterio della Cattedrale di Otranto.

 

Per tale comprensione importante una proposta esegetica in merito di cui mi hanno messo al corrente gli studiosi Francesco Corona e Toni Albano che ringrazio, ovvero quel roditore sarebbe un riferimento alla leggenda diffusa nel medioevo in ambito cristiano di Barlaam e Josaphat che portava nella Cristianità occidentale la storia di Buddha, in particolare un riferimento alla parabola del viandante e dell’unicorno narrata in tale leggenda che divenne nel medioevo un motivo artisticamente raffigurato in miniature, bassorilievi ed altre opere d’arte: “Coloro che desiderano i piaceri materiali e permettono che le loro anime muoiano di fame, sono simili a un uomo che fuggendo dinanzi a un liocorno cadde in un precipizio. Mentre stava precipitando si attaccò con le mani a un arbusto e pose i piedi su un appoggio sdrucciolevole. Ed ecco che vide due topi, uno bianco e uno nero, rodere le radici dell’arbusto a cui stava attaccato e in fondo al­l’abisso un drago terribile, spirante fiamme, con la bocca spalancata per il desiderio di divorarlo. E su l’appoggio dove teneva i piedi vide quattro vipere che sollevavano la testa. Ma ecco che alzando gli occhi scorse qualche goccia di miele stillar dai rami dell’arbusto; allora, dimentico del pericolo, si abbandonò tutto al piacere di gustare quel miele“.

L’iconografia correlata in Otranto appare parzialmente ma è ugualmente ben possibile riconoscerla, alle radici dell’albero vediamo solo un roditore chiaro. Alcuni studiosi vi hanno visto a ragion veduta nei fanciulli nudi raffigurati tra i rami dell’albero e che parrebbero anche cadere e poi impigliarsi ai rami e poi più in basso trovare più solido appoggio su un grosso ramo orizzontale e lì gustare qualcosa da un ramo (forse gocce di miele?) un riferimento a quella parabola. Si vede anche un piccolo minaccioso unicorno (correttamente con zoccolo diviso in due) nella zona in cui il fanciullo cade:

 

Nel mosaico medioevale di Otranto la parabola del viandante e dell’unicorno dalla leggenda di Barlaam e Josaphat.

 

L’unicorno che intendo è quello qui di seguito indicato con freccia rossa, con frecce arancioni invece indico il fanciullo che pare cadere:

 

Nel mosaico medioevale di Otranto la parabola del viandante e dell’unicorno dalla leggenda di Barlaam e Josaphat, con frecce indicative: l’unicorno è quello qui indicato con freccia rossa, con frecce arancioni invece indichiamo il fanciullo che pare cadere. E’ la osservazione della presenza di quell’unicorno infuriato che mi ha convinto della correttezza o alta plausibilità esegetica proposta.

 

Il punto iconografico è appurare che sia un unicorno, con un solo corno (monocero), e non un qualche bovino che sta caricando e dato che è raffigurato di profilo appaia come con un solo corno. Poi per la posizione del corno son stati magari vincolati dagli spazi. Questa storia della parabola del viandante, che hanno proposto nell’esegesi del mosaico, pare inserita nei ritagli di spazio, e così anche quell’unicorno pare abbia trovato posto in un piccolo spazietto.

 

Unicorno-Bufalo navata centrale mosaico pavimentale medioevale Cattedrale di Otranto. Immagine dall’archivio di Toni Albano che ringrazio.

 

Le zampe sono a zoccolo fesso (ossia spaccato in due parti) compatibili con altri unicorni del mosaico. L’animale che gli assomiglia di più per quanto ricarda le corna è il Bufalo mediterraneo. Le corna della capra vanno per lo meno in partenza nella concavità opposta, è invece il bufalo che le ha così:

 

Bufalo mediterraneo italiano.

 

ma se vedete che ha un solo corno allora è un “unicorno”, un monocero de facto; anche se di profilo, viene da pensare che, se non avessero voluto raffigurare un unicorno avrebbero fatto in modo di farci vedere anche il secondo corno distinto con opportuna rotazione del punto di vista. Ed è rappresentato proprio come infuriato pronto a caricare minaccioso (anche se poi la resa del volto pare ilare) come dovrebbe essere secondo la leggenda del viandante e dell’unicorno! Il bufalo è diffuso anche in Asia ed è plausibile che l’unicorno della leggenda di Barlaam sia stato raffigurato come bufalo infuriato e unicornizzato.

Forse nel rappresentare l’animale cornuto-unicorno della leggenda l’artista comunque si è ispirato al bufalo nostrano del sud Italia già allevato al tempo? In questo disegno lo vediamo ritratto il bufalo nel ‘700 a Policoro:

 

Carovana di cammelli o dromedari a Policoro con la bella presenza del bufalo mediterraneo, dal “Voyage pittoresque ou Description des Royaumes de Naples et de Sicilie“, Abbè de Saint-Non Paris, La Fosse, 1777. Una varietà di specie addomesticate da ripristinare diffusamente nel territorio del sud Italia in forme di allevamento bucoliche! Diversi toponimi nel Salento paiono ricordare l’allevamento del bufalo nel tempo passato, oggi più allevato in Campania, Molise e nord Puglia, ma alcune masserie hanno ripreso ad allevarle anche in provincia di Lecce. Opportuni progetti anche per inselvatichire questi bufali in aree paludose del sud Italia come sta avvenendo virtuosamente nell’est Europa nel Delta del Danubio.

 

Se immaginate questo bufalo con la testa abbassata pronto a caricare visto di profilo ottenete proprio la vista della bestia otrantina qui in analisi:

 

Bufalo mediterraneo italiano.

 

Ma il bufalo è diffuso anche in Asia. Arriviamo al compromesso esegetico che l’unicorno della leggenda di Barlaam sia stato raffigurato come bufalo infuriato e unicornizzato a Otranto? Non è da escludere anche perché come possiamo capire guardando queste due immagini di miniature medioevali immagine-1 e immagine-2 tante diverse forme di corno son possibili per il monocero unicorno, ciò a dire che non vi era un canone preciso per come raffigurarlo.

Passando però ad analizzare la coda dell’animale essa è una codina, è più da caprone quindi. La soluzione più semplice credo sia, né caprone, né bufalo per l’animale in conclusione, ma proprio unicorno (con corpo da caprone e corno da bufalo ma dritto come ben possibile nelle raffigurazioni dell’unicorno)!

Inoltre nell’abside del mosaico una possibile antilope è mostrata di fianco e pure si fa in modo di fare vedere i due corni distinti. Quindi se qui si fosse voluto non rappresentare un unicorno si sarebbe fatto in modo di non fare apparire un solo corno anche se l’animale è di profilo.

Sulla base di questo input ho cercato raffronti con esplicite rappresentazioni del tempo medioevale di quella parabola. Da questa miniatura medioevale

 

Miniatura della parabola del viandante e dell’unicorno, dalla leggenda di Barlaam e Josaphat.

 

capiamo come la postura dello strano animale di Otranto sotto l’elefante, che divarica le fauci proteso verso le radici dell’albero da rosicchiare, è compatibile proprio con quella di un topo, capiamo anche come da una cattiva copia di modelli ne sia derivata la strana forma della punta della coda, e riconosciamo il topo/ratto in quelle zampe anteriori penzolanti seppur protese in avanti e ci ricordiamo che spontaneamente quando si imita ad esempio in maschere di carnevale il topo/ratto si tengono le braccia in avanti e penzolanti a imitazione evidentemente dell’animale quando si alza sulle zampette posteriori.

Si aggiunge a Otranto l’associazione topo/elefante conseguente all’uso degli elefanti come dendrofori. Non sappiamo se un abbinamento casuale o mosso da archetipi o scelte coscienti a monte del progetto musivo, certo è che in Occidente compare la leggenda dell’elefante che teme i topi, mentre in India nell’iconografia induista del Dio Ganesha, come mi ha fatto osservare lo studioso Franco Meraglia che ringrazio, compare sempre un topo a lui associato, anche di dimensioni relativamente notevoli o altre volte assai minuto, e non vi è traccia del concetto di terrore per il topo da parte dell’elefante. A Otranto poi gli elefanti non son mostrati spaventati per la presenza del grosso roditore,

Mi chiedo allora se la leggenda dell’elefante che ha paura del topo, circolante in Italia, non derivi dall’iconografia induista del Dio Ganesha, o forse più semplicemente entrambe derivano da un archetipo che porta ad accostare come in un simbolo di opposti complementari il mammifero terrestre notoriamente più grande con quello notoriamente più piccolo il topo/ratto (il più piccolo credo sia comunque un toporagno). Un simbolo di completezza nell’unione di opposti cui poi si possono dare tanti significati didascalici. L’equilibrio degli opposti complementari.

Troviamo pertanto in quella porzione basale del mosaico, tra i tanti temi trattati nella vasta opera musiva, anche degli interessanti riferimenti a quella parabola del viandante e dell’unicorno.

La identificazione di questo topo/ratto è stata assai faticosa. Scherzosamente per quanto è realizzato o conciato male dai restauri poco virtuosi dico che assomiglia ad un piccolo di triceratopo, e vi è chi vi ha visto una mangusta (che vive in Africa), chi addirittura un canguro, quest’ultimo quasi impossibile dato che l’Australia sarà scoperta diversi secoli dopo dagli occidentali, ma dico quasi impossibile perché dall’area pacifica dall’Oriente giungevano rarità anche vive come per questo famoso caso di un pappagallo cacatua australiano (Cacatua sulphurea) giunto alla sua corte nel del Re Federico II di Svevia nel sud Italia/Sicilia e raffigurato con una miniatura nel suo trattato sulla caccia col falcone. Per i canguri vi è invece un caso assai enigmatico, ma relativo comunque ai secoli successivi, compare una miniatura di canguro nel capolettera di un manoscritto portoghese risalente al Cinquecento, un secolo prima della scoperta europea del continente, avvalorando così l’idea, se la datazione della miniatura fosse corretta, che i portoghesi avevano scoperto il l’Australia prima, ma lo avevano tenuto segreto.

 

Nota naturalistica: il ratto (Rattus rattus) era dunque già presente nel Salento in età messapica ellenistica! Vedi scavi a Vaste: https://www.academia.edu/1114270/La_fauna_dei_Bothroi_di_Vaste_e_sue_implicazioni_cultuali Contrariamente pertanto ad un’idea, che potete leggere ad esempio in questo link, secondo cui esso è giunto nelle nostre aree al tempo dei crociati: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Rattus_rattus

P.s.: interessante anche la documentazione di resti di Capriolo dallo scavo del sito messapico e datati sempre in età ellenistica.

 

Il ratto nero o ratto comune (Rattus rattus).

 

Si deve invitare ad un migliore rapporto con i Ratti nel territorio, dato anche che la specie Rattus rattus è stata documentata dagli studi degli strati messapici di quel sito archeologico, spiegando come con tutti gli animali bisogna convivere senza ecocidi, anche quando si tratta di specie esotiche naturalizzatesi di recente, ma favorendo forme di equilibrio preda predatore, da qui l’importanza dei gatti liberi nel territorio non sterilizzati!

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Dromedari e forse anche Cammelli

 

Un cammello o dromedario:

 

Cammello o Dromedario nel presbiterio della Cattedrale di Otranto nel mosaico medioevale pavimentale.

 

Troviamo il dromedario anche in un tondo del mosaico pavimentale del 1160 della Cattedrale di Taranto:

 

Taranto.

 

Pochi sanno che i Cammelli e/o Dromedari erano allevati ancora nel ‘700 nel Regno di Napoli, ben lo ricorda questo disegno:

 

Carovana di cammelli a Policoro dal “Voyage pittoresque ou Description des Royaumes de Naples et de Sicilie“, Abbè de Saint-Non Paris, La Fosse, 1777. Da approfondire se trattasi dei domestici Cammelli dromedari ad una sola gobba, anche diffusi e impiegati nelle zone desertiche del nord Africa, e/o del Cammello per antonomasia a due gobbe, che vive nelle zone desertiche e steppose dell’ Asia centrale, tra l’ Anatolia e la Mongolia. Si noti anche la bella presenza del bufalo mediterraneo. Una varietà di specie addomesticate da ripristinare diffusamente nel territorio del sud Italia in forme di allevamento bucoliche!

 

Per approfondire rimando a questo mio post facebook e ai miei commenti ad esso.

 

Un possibile dromedario:

 

Possibile Dromedario nella navata centrale della Cattedrale di Otranto nel mosaico medioevale pavimentale nei pressi della Torre di Babele. In verità c’è chi vi ha visto una Donnola (mustelide presente nella fauna del Salento). L’analisi delle zampe potrà chiarire; se come qui apparirebbe vi è lo zoccolo fesso allora è più probabile che si sia voluto rappresentare un dromedario.

 

C’è chi vi ha proposto per questo animali dei mustelidi che vivono nel Salento, come la faina che però ha coda troppo lunga o la donnola la cui coda è più piccolina. L’analisi delle zampe dell’animale convince però di più, data la presenza anche si nota di uno zoccolo fesso (diviso in due), nell’identificazione con il dromedario. Magari la suggestione delle zampe basse viene anche dall’abitudine dei dromedari di appoggiarsi per terra e stazionare così a lungo o può esser stata dettata dal limitato spazio a disposizione.

 

 

La terminazione allargata delle zampe è più consistente con quella del dromedario che camminando sulla sabbia cedevole ha bisogno di zoccoli con una pianta più larga per distribuire meglio il loro peso e non sprofondare. Certo, anche la coda è un po’ corta, ma corpo e collo sono praticamente gli stessi di un dromedario” ben ha osservato Marcello Polignano sul post facebook che ho proposto per l’identificazione dell’animale.

Almeno nelle zampe posteriori, si vedono chiaramente i “piedi” allargati” ha anche osservato Ayoub Monno che ha fatto anche un confronto sinottico:

 

Confronto sinottico con quelle del dromedario delle zampe di un animale ritratto nel mosaico di Otranto del XII secolo d.C. Da Ayoub Monno.

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Il Corvo, la Colomba e l’Ulivo

 

Colomba con ramoscello d’ulivo nel becco.

 

E’ la scena legata alla rappresentazione del mito biblico dell’Arca di Noè e del Diluvio Universale. La colomba torna all’Arca portando un ramoscello verde di ulivo segno che le acque iniziano a ritirarsi. Nel mosaico sono rappresentati tanto il corvo quanto la colomba.

Noè, al termine del diluvio universale, lasciò uscire dall’Arca prima un corvo e poi una colomba per verificare se le acque si fossero ritirate. Al primo tentativo, il corvo tornò a bordo e così fece anche la colomba perché la terra era ancora sommersa dalle acque. Dopo sette giorni, Noè fece uscire ancora la colomba che tornò col ramoscello di ulivo, segno che le acque si erano ritirate; dopo altri sette giorni, avendola nuovamente inviata, la colomba non ritornò più testimoniando così che la terra poteva essere nuovamente abitata.

 

”La selva oscura” agro di Scorrano, uliveti al tramonto dopo i violenti nubifragi appena passati. 20 novembre 2017. Foto di Giovanni Enriquez.

 

Si tratta di un mito che in realtà deriva da vere e proprio tecniche di orientamento usate dai marinai in antichità. I naviganti, durante i lunghi viaggi a mare di esplorazione e colonizzazione ed in assenza delle attuali tecnologie, osservavano con attenzione il volo degli uccelli per avere informazioni sulla presenza più o meno vicina della terraferma.

“Plinio il vecchio, nella sua Naturalis Historia, ricorda che nell’Oceano Indiano, alla latitudine dell’attuale isola di Ceylon, i marinai erano soliti portare a bordo delle navi un certo numero di uccelli che rilasciavano periodicamente per seguirne il volo. Questo perché i volatili, salendo di quota e volando in tutte le direzioni, hanno una maggiore possibilità di scorgere la terraferma anche da grande distanza: se ritornavano a bordo, la terra era ancora lontana, se si allontanavano definitivamente, la direzione prescelta indicava la via per raggiungere la terra più vicina.” (Passo tratto dal link).

Sono ancora diffuse nel territorio salentino anche a Otranto le torri colombaie, non si dimentichi anche l’uso che se ne faceva nei secoli passati dei piccioni viaggiatori. Le falesie della costa idruntina sono poi luoghi di nidificazione dei piccioni selvatici.

 

La falconeria e le torri colombaie.

 

Per approfondire: “Il variopinto Colombo selvatico, compagno irrinunciabile delle nostre città! Presenza da apprezzare, non certo da denigrare e combattere“.

 

A Otranto è presente un porticciolo il cui toponimo è “Porto Craulo”, deriva dal termine dialettale “craulu” che indica il corvo, è una voce onomatopeica che deriva dal verso dell’animale, la si confronti con l’inglese crow, il latino corvus.

 

Corvi imperiali (Covus corax). Oggi in sud Puglia si possono osservare nell’area della murge-gravine.

 

Auspichiamo una maggiore diffusione in Salento dei corvi imperiali!

Si dice che se il modo di volare dei corvi muta esso preannuncia pioggia o cambiamento del tempo: da cui il detto popolare salentino “quandu fiscanu li crauli e’ segnu ca olenu acqua“, quando cantano i corvi è segno che vogliono acqua ossia che la pioggia si avvicina.

Altri modi di dire popolari: “niuru comu nnu crau“, nero come il corvo; “se tutti gli aceddhri canusciane u crau“, se tutti gli uccelli conoscessero il corvo.

Non è escluso che con il termine “craulu” a volte si intendessero anche cornacchie grigie e taccole in Salento, oltre ai più maestosi corvi imperiali.

Altri nomi dialettali di corvidi presenti in Salento: per la taccola “ciole“, per le gazze “mite” o “picalò“, per le cornacchie grigie “curnacchia“.

Chiudo questo paragrafo con la bella frase nella Bibbia nel mito dell’Arca di Noè che può fungere da principio guida per la rinaturalizzazione: “Dio ordinò a Noè: «fa uscire le creature, perché possano diffondersi sulla terra, siano feconde e si moltiplichino su di essa»“.

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La “Cucuzza” (zucca bottiglia anche lunga)? 

Troviamo nell’abside della Cattedrale di Otranto nel mosaico pavimentale il ciclo dedicato alle storie bibliche del profeta Giona. In una scena vediamo Giona all’ombra della pianta di “qikaion” (questo il nome originario nella Bibbia della pianta).

Giona all’ombra della pianta di “qikaion” (questo il nome originario nella Bibbia della pianta), mosaico medioevale, pavimento, abside, Cattedrale di Otranto.

 

Nel filone dei confronti iconografici e dell’indagine nelle fonti, nonché nello studio di aspetti naturalistici, osserviamo alcune similitudini stilistiche nel mosaico di Otranto nel ciclo di Giona con lo stesso tema raffigurato nei mosaici paleocristiani della Basilica di Aquileia del IV sec. d.C.
Giona all’ombra della pianta di “qikaion” (questo il nome originario nella Bibbia della pianta), coltivata a pergolato. Mosaico nella Basilica di Aquileia del IV sec. d.C. Immagine tratta dal link.
La pianta ritratta nei due mosaici, il “qikaion” biblico, viene raffigurata nello stesso modo dal punto di vista botanico.
Zucca bottiglia varietà lunghissima (Lagenaria siceraria var. longissima), “cucuzza longa” in vernacolo salentino. Coltivata a pergolato.

 

“Qikaion” viene sovente tradotto come ricino (Ricinus communis), una pianta presente in Salento sia come selvatica che coltivata come ornamentale, ma è evidente che non sia un ricino la pianta raffigurata per Giona tanto ad Aquileia quanto assai simile a Otranto. L’unica specie che pare corrispondere è la zucca bottiglia (Lagenaria siceraria), una “cucuzza” autoctona nel Vecchio Mondo nonché pur presente e coltivata in Mediterraneo e Italia prima della scoperta dell’America del 1492 da parte di Cristoforo Colombo. Fatto seccare il suo frutto viene utilizzato per produrre una sorta di bottiglia in Africa ma anche in passato in Salento. Inoltre la si coltiva proprio a pergolato. L’approfondimento botanico qui sviluppato mi da anche occasione di ricordare il nome dialettale salentino di queste zucche “cucuzze“. Addirittura l’attestazione di questa glossa del volgare salentino si è rinvenuta in un codice della Mišnah ebraica dell’ultimo quarto del sec. XI, (il manoscritto ebraico De Rossi 138 della Biblioteca Palatina di Parma, lo studio di tali glosse da parte di L. Cuomo in “Antichissime glosse salentine nel codice ebraico di Parma”, De Rossi, 138, in «Medioevo Romanzo», 4, 1977, pp. 185-271), compare tra brevi scritture, quasi tutte annotazioni lessicali di carattere botanico. Ricordiamo che al tempo vi erano nel Salento floride comunità ebraiche in particolare a Otranto e Oria, (mi piace ricordare qui ad esempio ricordare le leggende ebraiche sul mostro Golem a Oria).

 

Zucca bottiglia (Lagenaria siceraria), “cucuzza” in dialetto salentino. Coltivata a pergolato.

 

La glossa botanica in vernacolo salentino ritrovata tra quelle annotazioni è in particolare “kukuzza lunga“, ed essa corrisponde proprio ad varietà nota, sempre della precedente specie vitata del Vecchio Mondo, chiamata scientificamente Lagenaria siceraria var. longissima, o comunemente “zucca da pergola”, i cui frutti hanno una forma molto allungata invece della tipica forma a fiasco; nella coltivazione a pergola pendono in basso per gravità, mentre nella coltivazione spontanea sul terreno si ricurvano e prendono una forma a “serpentello”, assai coltivata negli orti del Salento. Nei mosaici com Giona analizzati i frutti pendenti dalle pergole paiono talvolta allungati.

 

Ricino (Ricinus communis). Si notino le differenze con la pianta rappresentata nei due mosaici per nel ciclo di Giona.

 

Gli alberi nel mosaico di Otranto paiono produrre tanti frutti diversi e fogliame che sfamano il Creato, anche frutti diversi dallo stesso albero.

 

Cucuzza”, zucca bottiglia, mosaico XII sec. d.C., pavimento area iniziale della navata centrale sulla sinistra. Per un confronto dimensionale si osservi che sopra son rappresentati dei piedi umani in calzature.

 

Ad esempio anche zucche bottiglia dal grande albero della navata centrale, come nel caso sopra in foto si mostra, bacche, ecc. Si sviluppano poi altri alberi ad esempio di fico nel mosaico e vigne e si mietono messi (nei tondi dei mesi).

Sarebbe anche da guardare meglio se tra quella sorta di appendici che si vedono alla radice della pianta rampicante raffigurata ad Otranto non sia rappresentato anche il verme che nel testo biblico si dice fece seccare la pianta danneggiandone le radici

 

Giona all’ombra della pianta di “qikaion” (questo il nome originario nella Bibbia della pianta), forse con il verme che ne rode le radici. Mosaico medioevale, pavimento, abside, Cattedrale di Otranto.

 

Tale verme è ad esempio ben raffigurato in alcune rappresentazioni come la seguente a Moscufo in provincia di Pescara in Abruzzo:

Giona in un bassorilievo nell’ambone della Chiesa di Santa Maria del Lago, Moscufo.

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La Vite coltivata ad alberello leccese?

Il mosaico idruntino è fortemente ispirato proprio dai riferimenti alla coltivazione del vino e ai miti ad esso legati. Il più esplicito è quello di Noè, mostrato con le gote rosse, segno probabilmente di ebbrezza, e mentre con i figli cura il suo vigneto, ciò dopo il Diluvio Universale:

 

con viti che paion coltivate proprio ad “alberello  leccese” come in parte ancora oggi nella tradizione contadina salentina.

Vitigno primitivo, coltivato in Terra d’Otranto con portamento ad “alberello leccese” detto. Immagine dal sito www.wineblogroll.com.

 

Nei tondi dei mesi vediamo il mese di agosto rappresentato da un contadino che vendemmia raccogliendo l’uva, e anche lì la vite sembra coltivata ad alberello, e il mese di settembre da un contadino dalle gote rosse che a piedi nudi la pigia in un vasca da un cui foro sgorga un mosto scuro (palmento è il nome delle vasche scavate a volte nella nuda roccia utilizzate nel Salento per la fermentazione del mosto).

 

Rappresentazione musiva nei tondi dei vari mesi dell’anno con i tipici simboli e lavori contadini legati alla natura. Particolare del pavimento della navata centrale della Cattedrale di Otranto.

 

Il fatto che in questo calendario dei mesi con scene della vita contadina la raccolta dell’uva inizi ad agosto rappresenta una tipicità, dato che solitamente in altre raffigurazioni medioevali dei mesi in Europa essa compare nel mese di settembre. Ciò risalta la correlazione con il mondo contadino locale cui Pantaleone si riconduce nelle raffigurazioni dei mesi con le loro principali simbologie e attività umane, del resto nel mosaico le genti locali in primis dovevano riconoscere il loro mondo: ancora oggi in Salento si coltiva un vitigno di una cultivar locale chiamata “primitivo” proprio perché la maturazione della sua uva giunge prima che per le altre cultivar e la raccolta dell’uva inizia già in agosto.

Il tondo del mese di novembre vede la rappresentazione vicino ad un contadino di un corno da bere, e poiché novembre è il mese in cui il mosto diventa vino e si beve il primo vino nuovo, e il corno come bicchiere è già da epoca antica legato al vino, (vedi l’iconografia antica di Dioniso talvolta raffigurato con in mano un corno pieno di vino, quando non con il bicchiere da vino, il “kantharos”), tale corno in posizione da bicchiere rimanda proprio al vino nuovo con tutta probabilità! Correlato potrebbe essere il particolare delle gote rubiconde dell’uomo raffigurato in questo tondo dei mesi.

Nota: nel tondo del mese di settembre troviamo l’allegoria del segno zodiacale della Vergine. Solitamente essa regge o la spiga o la palma o entrambe secondo l’iconografia del segno, qui a Otranto mi pare di poter dire che si  sia optato per la foglia di palma, la palma da dattero (Phoenix dactylifera) di cui in Salento si sono ritrovati semi di datteri di epoca messapica da offerte alle divinità nei santuari, e ancor oggi è una specie assai diffusa in Terra d’Otranto.

Il Salento era ancora nel medioevo, e ancora oggi, come nel tempo antico, ottima terra di vigneti e oliveti. Una tradizione, quella della viticoltura molto caratteristica del sud Italia che annovera cultivar di vitigni di pregio (oltre al primitivo anche il negramaro) e diverse varietà di buona uva da tavola.

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La Palma da dattero

L’albero raffigurato nei pressi delle mura della città di Ninive nel mosaico di Otranto si pensa sia una palma da dattero (Phoenix dactylifera) stilizzata per dare un tocco estetico di esoticità orientale alla scena:

 

Suonatori di trombe annunciano a Ninive il rischio che corre la città rivelato dal profeta Giona, mosaico pavimentale del XII sec. d.C. zona catino absidale Cattedrale di Otranto. L’albero raffigurato nei pressi delle mura si pensa sia una Palma da dattero stilizzata per dare un tocco estetico di esoticità orientale alla scena.

 

Palma da dattero (Phoenix dactylifera) di cui in Salento si sono ritrovati semi di datteri di epoca messapica da offerte alle divinità nei santuari, e ancor oggi è una specie assai diffusa in Terra d’Otranto.

 

Antica veduta di Gallipoli (Lecce) nella Provincia di Terra d’Otranto con Palme da dattero.

 

Qui vediamo ben rappresentata la Palma da dattero in uno stemma presente in quella che fu la casa natia del mago Matteo Tafuri (Soleto, 1492 – Soleto, 1584) a Soleto, figura di cui abbiamo trattato in questo articolo,

 

Stemma sulla casa natia del mago Matteo Tafuri di Soleto.

 

edificio famoso anche per una epigrafe lì presente su un’architrave con inciso il motto «HUMILE SO ET HUMILTA’ ME BASTA. DRAGON DIVENTARO’ SE ALCUN ME TASTA».

 

Tornando al mosaico di Otranto nel tondo del mese di settembre troviamo l’allegoria del segno zodiacale della Vergine. Solitamente essa regge o la spiga o la palma o entrambe secondo l’iconografia del segno,

 

Vergine costellazione allegoria.

 

qui a Otranto mi pare di poter dire che si  sia optato per la foglia di palma:

 

Clipeo del mese di settembre nel mosaico di Otranto. C’è chi ha proposto vista la scena di pigiatura dell’uva che si fosse rappresentato lì Bacco con un ramo di alloro, ma data la presenza in ogni tondo dei mesi di un segno zodiacale ben più plausibile è vedervi lì l’allegoria della Vergine, segno zodiacale che va appunto dal  dal 24 agosto al 22 settembre.

 

Il tondo di settembre sopra presentato mostra un contadino con berretto a foggia conica, come quello del mese di agosto impegnato nella vendemmia:

 

 

Questi cappelli mi ricordano il PILEUS il berretto greco, che compare raffigurato nell’arte pugliese antica dei vasi Apuli a figure rosse:
Piatto antico a figure rosse pugliese, terzo quarto IV secolo a.C., Louvre.
Aneddoto: anni fa feci di tutto per ritrovare a Maglie un anziano contadino che avevo visto passare in moto con un berretto conico di feltro color verde sul capo, identico a quello conico dei mosaici dei contadini in Otranto, mentre andava a lavorare nei campi in contrada Poligarita.
Dopo giorni di appostamenti lo incontrai e gli chiesi di quel cappello, e lui, ovviamente meravigliato, ma anche contento della mia attenzione al suo look, mi disse, con certo compiacimento per la sua opera, che era solo un vecchio cappello rottosi e che aveva però lui aggiustato, se non erro con pezzi di canna, conferendogli quella forma.
A Maglie la tradizione della produzione di cappelli di varie fogge, tra cui l’ immancabile “coppula”, divenne un’ industria fiorente e rinomata nel secolo scorso.
Il pileo (greco: πῖλος – pilos, anche pilleo o pilleum in latino) era un cappello senza bretelle indossato nella Grecia antica e nelle regioni circostanti, come l’ Illiria, poi introdotto anche in Roma antica. Può essere fatto di feltro o di cuoio.
Il greco πιλίδιον (pilidio) e il latino pilleolus erano versioni più piccole, simili a un cranio.
Il pileo (plis in albanese) è molto comune anche in Albania e in Kosovo.
Non sarebbe male se i nostri sarti locali pugliesi riproponessero questo tradizionale anche apulo elemento di abbigliamento antico adattandolo alla nostra contemporaneità!
Sarebbe anche un modo per ritrovare un degno uso alla lana delle nostre pecore tipiche salentine oggi sempre più boicottata stupidamente per materiali di origine sintetica industriali!

Per approfondire su questo discorso dei cappelli in antichità rimando a questo mio post facebook del 13 settembre 2017 e ai miei commenti e non solo miei ad esso.

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Il Fico (Ficus carica) e il suo frutto proibito nell’ Eden?

Cattedrale medioevale Otranto, presbiterio, pavimento con mosaico del XII sec. d.C.
Si ritiene sia un orso l’animale nel tondo in basso a destra.
Un dromedario o cammello quello nel secondo tondo a partire dal basso sulla estremità sinistra.
Si noti la presenza tra i tondi anche della scena di un gatto e topo/ratto e di un gallo in difesa/attacco contro una volpe.
In merito alla scena della tentazione da parte del serpente verso Eva e di Adamo che mangia il frutto proibito, rappresentati in centro in basso (vedi foto sopra) sul pavimento del presbiterio si osservi come nella rappresentazione idruntina l’albero sembrerebbe lì un fico della locale specie mediterranea (Ficus carica) per foglie e frutti.
Adamo mangia un fico, come frutto proibito, presbiterio, mosaico pavimentale del XII sec. d.C., Cattedrale di Otranto.
Troviamo un fico (Ficus carica) raffigurato come albero del frutto proibito del Paradiso terrestre anche pare nella cosiddetta cripta del Peccato Originale a Matera, nei suoi affreschi di cultura longobardo-benedettina datati tra l’ VIII e l’ IX secolo d.C.; negli affreschi della chiesa rupestre materana è con foglie di fico che Adamo ed Eva coprono i loro organi genitali dopo aver compiuto il loro peccato mangiando il frutto proibito (simbolicamente lì come a Otranto un fico parrebbe tale frutto e non una mela come secondo una consuete iconografia).
La fica” in dialetto salentino, frutto del Ficus carica, l’albero di fico.

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La manticora nei bestiari (o sfinge egizia)
Sopra nel mosaico di Otranto,
a seguire in una miniatura nel Rochester Bestiary, Folio 024v, “Manticora”:
Rochester Bestiary, folio 024v, ”Manticora”.

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La sfinge greca
Sopra nel mosaico di Otranto,
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La Pistrice/Ketos o il Pesce mostruoso?

Valutiamo se vi sono similitudini (o meno) tra il mosaico di Otranto e quello di Aquileia anche per il tipo di mostro marino che ingoia Giona rappresentato nei due mosaici.

Aquileia.

Ad Aquileia l’essere marino che ingoia Giona ha le sembianze del drago ketos (o pistrice anche chiamato questo drago marino) di ispirazione classica e che compare simile anche nell’arte vascolare apula a figure rosse:

 

Particolare di un pregevole vaso rituale per acqua della tipologia detta in greco “loutrophoros”, dove si mostra l’eroe Perseo che sta combattendo contro il mostruoso essere marino draghiforme chiamato Ketos, per salvare da esso e liberare Andromeda. Terracotta Apula a figure rosse prodotta in Puglia e datata tra il 340 e il 330 a.C.

 

In altre versioni della storia di Giona altrove si mostra tale essere mostruoso che fagocita il Profeta come un grosso pesce di forma più comune per un pesce, fino a diventare in altre interpretazioni una balena; del resto lo stesso topos narrativo mitologico sarà ripreso nella fiaba di Pinocchio ingoiato da un enorme “pesce-cane” si dice nel racconto scritto, ma sovente raffigurato come balena.

 

Il profeta Giona sputato fuori dal grosso pesce – icona.

 

A Otranto vediamo solo le fauci dell’animale che tra le acque ingoia Giona. Non rivela una cresta sulla testa né corna come nella pistrice/ketos.

 

Abside della Cattedrale di Otranto, mosaico medioevale pavimentale, Giona gettato nelle acque e il mostro.

 

Se osserviamo che una coda di grosso essere marino pisciforme e forse dello stesso colore della testa (da verificare!) si nota verso la poppa con timone della stessa nave da cui Giona viene precipitato in acqua, allora per la posizione della bocca e della coda, se con quella coda si fosse voluto rappresentare il posteriore del medesimo essere con la gran parte del suo corpo fuori scena, allora anche il mostro marino di Otranto nel ciclo di Giona avrebbe un possibile lungo corpo serpentiforme come la pistrice (ketos) raffigurata ad Aquileia.

Confrontiamo anche con il tondo di Giona che vien gettato a mare nel mosaico pavimentale della metà del XII secolo nella Cattedrale di Sant’Evasio a Casale Monferrato.

Non mancano comunque esseri marini che nei millenni passati possano aver ispirato la genesi di mostri simili per alcuni aspetti alla pistrice.
Per approfondimento: da un mio post facebook del 20 agosto 2018
IL CASO DEL RE DELLE ARINGHE (REGALECO) articolo del professor Franco Tassi – criptozoologia.
CRIPTOZOOLOGIA: IL CASO DEL RE DELLE ARINGHE
lunghissimo pesce abissale che vive anche in MediterraneoRiflessioni in merito a ciò che a volte viene bollato troppo frettolosamente come “animali fantasiosi della mitologia”, e che sovente contengono invece importanti dati dal valore naturalistico e storico in merito a ibridi, teratomorfi, emersione di fossili, animali comuni o rari già all’ epoca della nascita del mito, e oggi magari rari o estinti, o altri fenomeni naturali, che hanno ispirato antichi racconti e raffigurazioni.Riporto questo articolo e bel commento del Professor
Franco Tassi, grandissimo naturalista e studioso attento anche di criptozoologia, dal bel post del 18 agosto 2018 di
Francesco Bevilacqua (che qui linko) dedicato agli animali misteriosi “draghi” e delfini nei mosaici magnogreci di Kaulonia nella attuale regione Calabria sul versante ionico.

Da Franco Tassi:

Caro Francesco, l’argomento è molto interessante e suggestivo, e meriterebbe approfondite riflessioni. Spesso i “draghi” e i “mostri” dell’antichità riflettevano fenomeni reali, magari trasfigurati dalla fantasia. Si pensi ad esempio alle Sirene, che si è ipotizzato nate dall’avvistamento sugli scogli lontani della Foca monaca, o al Grifone o a mille altri… Ho avuto modo di affrontare spesso questo enigma nell’ambito dell Criptozoologia, su cui prossimamente pubblicheremo anche un Libro. Ma per il momento mi limito ai bellissimi mosaici di Kaulonia, uno è ovviamente un Delfino (soggetto un tempo preferito), ma cosa dire dell’altro? Gli archeologi si limitano a chiamarli “mostri”, e li archiviano così, come avviene a Piazza Armerina… Peccato, perché se avessero interpellato un Criptozoologo, avrebbe spiegato che la figura ricorda molto da vicino quella di un animale realmente esistente, il Re delle Aringhe o Regaleco (Regalecus glesne), presente anche nei nostri mari ma raramente visibile, talvolta impressionante per le dimensioni, l’agilità e l’aspetto, con la testa che ricorda un cavallo… E si potrebbe continuare, ma per ora ci fermiamo qui.
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QUEL MOSTRO CHE SI SPIAGGIO’ SULLE COSTE DEL SALENTO: DI CHE SPECIE ERA?
“Il mare, agitato da Orione, gettò sugli scogli degli Iapigi, una scolopendra [nel testo greco “scolopendran”] dagli innumerevoli piedi; e i comandanti delle navi a venti remi addette al trasporto di buoi dedicarono agli dei questo fianco enorme del mostruoso selaceo.”
(Teodorida di Siracusa, scrittore greco siceliota del III sec. a.C., epigramma conservato presso l’ “Antologia greca” o “Antologia Palatina” detta, VI 222)
Bibliografia: “I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine” a cura di Mario Lombardo, Congedo Editore, Galatina 1992
E se fosse un Re delle Aringhe in decomposizione di cui apparivano le costole che potevano sembrare tante zampe?
Per la discussione su cosa potesse essere rimando anche ai commenti al post facebook.
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Il Cinghiale
Caccia al cinghiale, mosaico pavimentale medioevale nell’abside della Cattedrale di Otranto. Particolare.
Il grosso cinghiale cacciato è una “troia”, termine che viene dal latino e indica la femmina del cinghiale, infatti se si allarga l’immagine dell’intero mosaico sopra si vedrà poco innanzi rispetto alla scena qui mostrata un altro cane della ciurma di caccia che azzanna un piccolo cinghialetto in fuga che divarica la bocca per strillare per il dolore e sperando in un aiuto che più dalla madre non arriverà probabilmente. In tutto quattro grossi cani lupeschi.
Scena della caccia al cinghiale, mosaico pavimentale medioevale nell’abside della Cattedrale di Otranto.
Nei cinghiali è caratteristica etologica infatti che i piccoli stiano con la madre che li difende strenuamente, motivo per cui è bene tenersi lontano da troie e loro cuccioli. (Tròia s. f. [lat. mediev. troia, forse voce espressiva che imita il grugnito del maiale]. – La femmina del maiale, spec. con riferimento a quella destinata alla riproduzione; è sinon. pop. di scrofa).
Cinghiali (Sus scrofa). Scrofa con cucciolata.
Inoltre ad Otranto nel mosaico vediamo anche maiali e cinghiali nel tondo del mese di dicembre, (vedi sopra l’immagine con le ruote dedicate ai vari mesi dell’anno con le loro caratteristiche più tipiche, dall’oroscopo, ai lavori agricoli e faccende umane, alle delizie e caratteristiche della natura clima incluso). Si mostra lì l’uccisione macellazione del cinghiale e del maiale, perché in inverno si ha bisogno di maggiori calorie alimentari per resistere ai rigori del meteo, e nel Salento non a caso l’autunno si caratterizza ancora oggi per tante sagre del maiale fatte coincidere con feste religiose cristiane. Sempre nel mosaico nel medaglione del mese di febbraio si mostra un maialino cotto allo spiego. Il maiale altri non è, ricordiamo, che il cinghiale nella sua forma domestica.
Anche nel Salento è assai probabile che vi fosse la tradizione del maialino allo spiego, come oggi per il famoso “porceddu” sardo! Qui si legge che tale tradizione gastronomica nei primi del ‘900 era presente anche nella vicina Albania:
Tondo del mese di Febbraio nel mosaico di Otranto.
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L’unicorno
Sono presenti nel mosaico di Otranto diversi unicorni raffigurati, questo di seguito il più bello:
Mosaico pavimentale medioevale di Otranto, XII sec. d.C. tondo nella zona del presbiterio, unicorno e la vergine.

 

Per approfondire: “OTRANTO: è una VERGINE fanciulla che accarezza l’UNICORNO, non il monaco Pantaleone! Studi sul mosaico medioevale del XII sec. d.C.

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Il Grifone mitologico
Sono presenti nel mosaico di Otranto diversi grifoni mitologici raffigurati.
Otranto, grifone e ariete in una ruota del mosaico pavimentale del XII sec. d.C. della Cattedrale.
L’ispirazione per questo animale chimerico più che dall’aquila veniva forse dagli avvoltoi, quali tra le specie europee l’avvoltoio monaco, il capovaccaio, il gipeto e proprio l’avvoltoio chiamato grifone, per approfondire su queste specie: “Il cimitero per gli amati “Pelosetti”? Sia nello stomaco degli Avvoltoi di cui ripopolare l’Italia! RIFLESSIONI CONTRO IL REGIME DELLA FALSA-ECOLOGIA PER LA RINASCITA!
Avvoltoio monaco e Grifone, Europa, carnaio
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Lo Struzzo
Diversi struzzi sono effigiati sul mosaico pavimentale della Cattedrale idruntina.
Da un libro foto di un particolare del mosaico medioevale pavimentale della Cattedrale di Otranto. Ragazzo, con berretto e intento a suonare un lungo corno, a cavallo di uno Struzzo.
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Ecc. ecc.

APPENDICI

L’Aquila nel mosaico della Cattedrale di Brindisi
Aquila in una ruota nel mosaico pavimentale della Cattedrale di Brindisi del XII sec. d.C. Mosaico di poco successivo a quello figurato della Cattedrale di Otranto.
LE AQUILE GIUNGEVANO DELL’ALBANIA NEL CAPO DI LEUCA E PREDAVANO GLI AGNELLI AL PASCOLO … “. Un’amica piemontese mi dice di vedere ogni tanto un’Aquila sulla costa adriatica a 1km da Leuca. mi dice di crederci nella sua terra natia le Aquile le conosce bene
In effetti non sarebbe anomalo, alcune specie di Aquile giungono nel Capo di Leuca per passo migratorio.
Ma mi racconta di aver saputo dagli anziani del luogo che in passato ce n’erano tante, provenienti dall’Albania, ed esse si mangiavano gli agnelli ai tempi della pastorizia.
In effetti l’Albania è proprio nota come la terra delle Aquile, che vengono ostentate anche nello stemma della nazione.
Ora guarderò i monti dell’Albania all’orizzonte del Canale d’Otranto con ancora più suggestioni pensando giustamente alle Aquile albanesi …
La distruzione della Natura in Salento è stata tanto puntigliosa che anche l’Aquila è un animale sparito dalla mia percezione della realtà e pertanto dalla mia immaginazione. Giusto guardare all’araldica anche con occhi naturalistici!
Monete antiche del Salento con aquile.
Né manca il simbolo dell’Aquila nella monetazione messapica antica (vedi qui le monete delle città messapiche di Sturnium e Graxa) e nella statuaria messapica (vedi la famosa statua di bronzo dello Zeus “Zis” di Ugento che regge in mano un’Aquila)!
Grande simbolo l’aquila (athos in greco) per i Romani.
Come possiamo capire il passato e la nostra cultura nella distruzione del paesaggio e della biodiversità?!
RINATURALIZZAZIONE
AGGIUNGERE RIAGGIUNGERE NON TOGLIERE LE SPECIE PRESENTI
Mi piace ricordare come camosci (Rupicapra sp.) e stambecchi (Capra ibex) vivessero anche in Puglia nel Pleistocene.
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Il Pollo sultano nei mosaici di Casaranello a Casarano
Il Pollo sultano (Porphyrio porphyrio) credo di poterlo individuare nel mosaico del 450 d.C. circa nella Chiesa di Santa Maria della Croce di Casaranello a Casarano (Lecce). Precedentemente era stato scambiato dagli studiosi per un gallo (Gallus gallus). Il 30 marzo 2012 divulgai con un mio post facebook post questa mia interpretazione tassonomica.
Mosaico parietale del 450 d.C. circa nella Chiesa di Santa Maria della Croce di Casaranello a Casarano (Lecce), quinconce a spazi anche figurati con animali e vegetali. Ipotesi del Pollo sultano per l’uccello al centro nel tondo di destra.
Pollo sultano (al link).
Il Pollo sultano ho dunque osservato che era un motivo assolutamente amato dall’arte musiva romana-bizantina, qui di seguito un esempio dai mosaici paleocristiani (prima metà del IV secolo d.C.) sul pavimento della Basilica di Aquileia (Italia):
Pollo sultano nei mosaici paleocristiani (prima metà del IV secolo d.C.) sul pavimento della Basilica di Aquileia.
Ciò ad ulteriore supporto della mia ipotesi che sia anche un Pollo sultano quello mostrato a Casaranello.
Per approfondire sugli animali (polli sultani, anatre, galli/galline, conigli/lepri, pesci scorfani), vegetali (melograne, fichi, forse rami d’ulivo, canne palustri/canne domestiche, felci forse di Polypodhium vulgare, carciofi, grappoli d’uva) e funghi (fungi dell’inchiostro e altri di colore rosso, se non sono meduse) che ho individuato nei mosaici paleocristiani di Casaranello rimando a due miei post facebook post1 del 30 maggio 2012 e post2 del 17 settembre 2017 e ad un mio studio di approfondimento. Lì anche discussioni sugli elementi di più difficile identificazione.
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I Funghi rappresentati nella tela di Sant’Antonio Abate a Zollino
Sant’Antonio Abate con i funghi in una tela nella Chiesa di Zollino (Lecce) dei Santi Pietro e Paolo Apostoli. Ringrazio l’amico Giovanni Enriquez che avendo con sé una fotocamera mi ha gentilmente scattato questa foto per immortalare questa tela che mi aveva tanto colpito per i suoi funghi e l’immagine del Santo eremita raffigurato con suggestioni che mi parevano da mago non appena la notai durante un’escursione il 24 giugno 2018. Da notare anche il cane ritratto nella parte alta per riflettere sulla sua possibile razza.

Per approfondire rimando al mio post facebook dedicato e ai miei commenti ad esso nonché a questo mio studio.

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Il Bottone di mare nei mosaici di Aquileia nel nord Adriatico?
Come grande meraviglia ha suscitato nell’agosto 2018 lungo le coste del Salento la comparsa di numerosi esemplari del “Bottone di mare“, nome volgare ed eloquente dell’idrozoo coloniale della specie Porpita porpita, con tanti post facebook della gente e diversi articoli sui giornali online,
Bottone di mare, nome volgare ed eloquente dell’idrozoo coloniale della specie Porpita porpita.
così certamente altrettanta meraviglia provocava accadeva in passato la loro vista.
E nell’alto Adriatico, (il Salento è alla bocca del Golfo adriatico) non sfuggì forse all’attenzione degli artisti del IV sec. d.C.
Studiando i mosaici di Aquileia, nel ciclo di Giona, accanto alla Razza ocellata ho notato questo essere dalle sembianze di medusa, ma mi chiedo se non sia proprio invece il Bottone di mare.
Mosaici pavimentali della Basilica di Aquileia, nel ciclo di Giona del IV sec. d.C. particolare.
Ricordo poi che all’epoca il mondo del mare era vissuto dagli uomini più guardandolo da fuori che immergendosi. E il Bottone di mare si apprezza proprio facilmente in tutta la sua bellezza dall’esterno dell’acqua quando galleggia quasi sulla superficie.
Torpedine ocellata presente in Adriatico
Gli artisti poi sono molto più attenti alla bellezza e alle particolarità del creato. Ciò valido in tutte le epoche, anche ciò da tenere presente quando ci interroghiamo sulle più enigmatiche espressioni dell’arte preistorica.
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La Tartaruga di mare in un dipinto a Gallipoli
Link dall’articolo di www.japigia.com.
E’ probabilmente la più comune Caretta caretta o la più rara Chelonia midas (Tartaruga verde). Da segnalare anche l’avvistamento nei mari del Salento della Tartaruga liuto, sempre una tartaruga marina, ghiotta di meduse e gigantesca.
Le tartarughe marine nel Salento vengono mangiate, la pratica era in vigore ancora decenni or sono nella località costiere. E’ importante fare sì che il prelievo dal mare avvenga però sempre con misura per non estinguere le risorse.
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La razza del Cane Cirneco nel mosaico della Cattedrale di Brindisi?

E questo bel cagnolino nel mosaico medioevale di Brindisi?
Immagine linkata qui dal sito www.salentoacolory.it.
Un Cane cirneco ancora vivente nel Sud Italia e Sicilia?
Razza canina da difendere con i denti come tutte e ripropagare massimamente anche in esemplari randagi.
Il cirneco dell’Etna è un cane da caccia appartenente ad una razza molto antica che ha subito poche manipolazioni nel corso dei secoli.
Aggiungo anche qui la foto di questo cane ritratto a Otranto sulla cui razza sarebbe interessante speculare:
Affresco della natività, data 1677, particolare del cane dei pastori, cripta Cattedrale di Otranto. Foto del pomeriggio del 10 febbraio 2019, di Oreste Caroppo. Qui una foto dell’intera opera di Rita Paiano.
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L’Asino nel mosaico della Cattedrale di Brindisi?

Che animale è?
Dal mosaico medioevale del XII sec. d.C. della Cattedrale di Brindisi quello di color arancio.

Immagine linkata dal sito di www.brundarte.it.
Mi ha molto fatto pensare all’animale brindisino l’animale su cui tanti si son interrogati per capire di cosa si tratti nei mosaici paleocristiani di Aquileia più antichi (l’animale dai colori più grigi qui di seguito):
Particolare dai mosaici paleocristiani di Aquileia.
Mi pare che il topos iconografico musivo sia il medesimo.
Ma di che animale si tratta?
Io direi un asino selvatico o domestico che si morde la groppa per l’esemplare brindisi, vi risulta questo comportamento negli asini?
Ipotesi?
In merito agli asini mi piace ricordare qui l’esistenza della razza tipicamente pugliese degli asini martinesi (da Martina Franca importante centro per il loro allevamento), da diffondere sempre più.
Asini martinesi, Puglia – foto dal Web.
Nonché la presenza già di onagri, asini selvaggi in Salento nel Pleistocene (specie Equus asinus hydruntinus, nome tassonomico che ricorda la loro ampia attestazione in Terra d’Otranto da parte della paleontologia).
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Il Drago.

 

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