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L’ABETE BIANCO NEL CUORE DEL SALENTO?! Un enigma celato tra le pagine scritte da un dottore forestale del secolo scorso

 

L’ABETE BIANCO NEL CUORE DEL SALENTO?!

Un enigma celato tra le pagine scritte da un dottore forestale del secolo scorso

L’ABETE BIANCO NEL CUORE DEL SALENTO – Un enigma celato tra le pagine scritte da un dottore forestale del secolo scorso. In foto a sinistra Abete bianco sul Massiccio del Pollino

 

A Supersano e nei suoi dintorni, nel cuore del Salento e dell’antica Foresta Belvedere, oggi area in gran parte rientrante nel “Parco naturale dei Paduli-Foresta Belvedere”,

l’albero di Natale potrebbe esser fatto in un AUTOCTONO ABETE BIANCO!

Si, proprio così, “autoctono”, ovvero, in una specie, l’Abete bianco (Abies alba, o anche, sinonimo, Abies pectinata), tipico da tempo immemore del Salento, o meglio proprio del suo esclusivo cuore!
(Ma che sia derivato da semi di Abeti bianchi ancora viventi nel sud Italia! Non un mero abete di varietà commerciali!)

Avevo consigliato di prendere come albero di Natale a tutti i salentini un albero di tipiche specie arbustive o arboree sempreverdi locali, autoctone o comunque mediterranee, con integre radici in vaso, da ripiantare poi subito dopo Natale, in una “festa della rinascita arborea”,
ma a Supersano e nei suoi immediati dintorni, o comunque se lo si ripianta poi dopo in quelle aree dell’ hinterland supersanese, anche nel Salento l’albero di Natale potrebbe essere proprio l’Abete bianco!

Si stenta a crederci oggi, dopo decenni di selvaggi disboscamenti che si son accaniti contro il cuore del Salento, portando tante antichissime specie all’estinzione locale, ma ancora nell’ ‘800 nella Foresta Belvedere viveva spontaneo l’ Abete bianco, e innumerevoli altre specie, che oggi consideriamo più propriamente tipiche di aree montane del sud Italia, e dei vicini Balcani.
A parlarcene, per lo meno, della meravigliosa presenza dell’Abete nella Foresta Belvedere, è un non poco autorevole personaggio e studioso del secolo scorso:

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[…] il faggio e l’ Abies pectinata, specie già esistenti alla fine dell’ ‘800 allo stato spontaneo nella piana di Supersano (Lecce) al livello del mare, in quella piana che fu la boscaglia di Belvedere, proprietà dei principi Gallone di Tricase.
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Copertina del libro di Raffaele Congedo dal titolo ”La Vallonea natura ed arte”

A scrivere è il grande dottore forestale salentino, naturalista e studioso del territorio, Raffaele Congedo nel suo testo, ricchissimo di citazioni, riferimenti, bibliografie, documentazioni, disegni e foto, intitolato “La Vallonea, natura ed arte” (Mario Congedo Editore – 1974), colui al cui impegno dobbiamo l’istituzione dell’area protetta statale delle Cesine e la salvezza della grande Vallonea di Tricase dei “Cento Cavalieri” detta, che per l’allargamento o costruzione di una strada, la via Tricase-Tricase Porto, la si voleva tagliare; ma la sua caparbietà ed il suo coraggio, di ambientalista ante litteram, lo portarono, mi han raccontato e io riporto il bel racconto in attesa di altri dettagli, ad accamparsi con una tenda nei pressi del maestoso plurisecolare amato albero, per protesta nei confronti delle istituzioni, e per sensibilizzare tutta la comunità salentina, finché il progetto della strada non fu mutato nel verso di un salvataggio rispettoso, anche paesaggisticamente, del grande monumento arboreo, che grazie a lui ancora possiamo ammirare perfettamente in vita al centro di una grande isola stradale bordata da bei muretti a secco: un suo dono lasciato a noi tutti, insieme ai preziosi dati e spunti di riflessione contenuti nei suoi famosi libri. La sua vivente eredità: quell’albero maestoso e monumentale dall’enorme chioma e i cui rami basali stanno scendendo verso il basso, dove, quando toccheranno terra a debita distanza dal fusto centrale, permetteranno alla pianta di mettere nuove radici e di clonarsi in nuove querce, già dense della forza dei suoi grandi rami, intorno a lui!

La Quercia Vallonea dei Cento CavalieriL' albero che crea un bosco ed un ecosistema intero! Specie: Quercus…

Gepostet von Oreste Caroppo am Dienstag, 23. Juli 2013

 

Proprio l’ Abete bianco, come il Faggio (Fagus sylvatica), son una normalissima presenza arborea in aree montane e prossime al Salento, quali quelle appenniniche del Bruzio ad Occidente, quali l’Aspromonte, La Sila , il Pollino, della Lucania, della Campania, o a nord del Molise, ed in Puglia stessa del non elevatissimo promontorio del Gargano, come di quelle formazioni orografiche ad Oriente dei Monti Acro-Cerauni che si vedono innalzarsi al di là del Canale d’Otranto, nella Penisola Balcanica. Al centro di questo complesso orografico dell’Europa meridionale, sta proprio il Salento, con le sue vallate, piane e dolici colline, le serre poco elevate dal mare, e queste sue meraviglia botaniche uniche.

I tempestosi Monti Acrocerauni dell'Epiro ellenico e dell’Illiria, "le cime tempestose dei fulmini", traducendo dal…

Gepostet von Oreste Caroppo am Montag, 24. September 2012

 

Raffaele Congedo così continua a scrivere, in questo interessantissimo passo dedicato agli Abeti del Belvedere, facendo un parallelismo proprio tra la piana di Supersano, il Gargano e le vicine coste dell’ Illiria-Epiro, al di là del Canale d’Otranto:

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Il Fenaroli, a proposito di un suo studio sul Gargano (V. Luigi Fenaroli: « Il Gargano, suoi aspetti vegetazionali e floristici », Firenze 1966, p. 112) ricorda il fenomeno del Faggio Garganico che ridiscende a soli 270 m. sul livello del mare. Mentre per il Gargano il Fenaroli, dandone la spiegazione, chiama all’origine, in causa le stesse notevoli elevazioni garganiche, qui analoga influenza è esercitata dalla viciniore orografia albanese, la quale ci fornisce l’affine esempio dell’esistenza del faggio, che parimenti in questa isola microclimatica affine, vegetava al livello del mare sino al 1800. Il Fenaroli, infatti, così scrive di queste isole ecologiche: «Le masse d’aria sature di umidità provenienti dal nord, anche quando non danno luogo a precipitazioni dirette, determinano in altitudine una permanente marcata elevazione del grado idrometrico dell’atmosfera, con la formazione di una caratteristica zona o fascia di elevata nebulosità, facilmente osservabile in ogni stagione … Si passa rapidamente alla cerreta e questa faggeta, cioè da aspetti tipicamente mediterranei ad altri di tipo medioeuropeo, con accostamenti inconsueti … Entro breve spazio si alterna la fragranza dei fiori di zagara ed il verde argenteo degli ulivi, alla maestosa e cupa solennità delle alpestri faggete». Attualmente la piana di Belvedere non ha ancora, pur nelle modificazioni antropiche, perduto il suo fascino. Affacciatevi dalle colline di Supersano e Ruffano, ove ogni palmo di terra ha un pino e spaziate lo sguardo nella sottostante piana di Belvedere: la rivedrete ricoperta di ulivi colossali sostituitisi ai faggi e agli abeti.
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E in un altro passo sempre scrive:

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Il Baldacci, nel trattare l’affinità climatica –(del Salento, ndr)- con l’opposta affine sponda, ricorda che sulle montagne albanesi degradanti a strapiombo sul mare, si ritrova il faggio con continuità sconcertante fino al livello del mare. E’ come ammirare un quadro situato davanti agli occhi, appeso alla parte, un quadro che ridiscende, col faggio, da 2.500 m. sul livello del mare, fino a quota zero. E’ lo stesso fenomeno che, se pur in proporzioni ridotte, si può rivedere nel Gargano (Foresta Umbra), ove le alture raggiungono quote assai modeste.
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Le curve pluviometriche mostrano la specialità del cuore del basso Salento dove piove quasi quanto sul Gargano. Maglie una tra aree più piovose, città della acque! Questo spiega la specialità del Bosco Belvedere nell’area dei Paduli con numerose piante igrofile (amanti delle acque dolci). Dal link: https://www.supermeteo.com/wp-content/uploads/2017/11/cartapluviometrica.gif.

 

Non solo, ora anche le neo-prodotte mappe con curve termometriche (dal link: http://www.supermeteo.com/termometria/cartatermometrica.jpg?fbclid=IwAR1rcelC8527ffECyeo1tjp4DlTVIxdMrzAaQuSgTGU3P5rvbARr0As-WMw) dimostrano un fenomeno di cui mi ero accorto con rudimentali misurazioni termiche serali tra Otranto e Gallipoli passando da Maglie: proprio nelle aree in cui nei Paduli, tra le colline Serra di Giuggianello a Oriente e le Serre di Parabita-Collepasso a Occidente, là dove si mantenne l’ ultimo nucleo della Foresta Belvedere, si hanno le temperature mediamente più basse del Sud Salento, quasi condizioni continentali, tutto in accordo con quell’ ipotizzato microclima che lì consentì la sopravvivenza, dall’ ultima glaciazione quaternaria fino ai nostri giorni, di piante da climi più freddi (che oggi diciamo montane appenniniche) come il Carpino bianco (nell’ ‘800 lì segnalato nel cuore del Salento dal botanico Martino Marinosci di Martina) e il Castagno (lì ancora presente vivente e attestato da una diffusa toponomastica) e citando il forestale novecentesco Raffaele Congedo pare persino l’ Abete bianco e il Faggio. Interessante osservare come la distribuzione del Terebinto pianta arbustiva caducifoglia che ritroviamo sulle più fresche Murge, nel basso Salento pare seguire le curve delle aree più fredde: si ritrova oggi infatti sulla Serra di Supersano come nella zona costiera del Canale d’Otranto tra Tricase e Castro.

Non mancano poi di aggiungersi in alcuni valloni del parco naturale dei Paduli anche fenomeni di inversione termica, testimoniati da nebbie notturne che si formano in essi. Microclimi che contribuisco, insieme alle doline carsiche, e insieme al passaggio da suoli di terre rosse anche bauxitiche e calcarei, nelle aree delle serre e delle loro balze e nei pianori carsici, ai suoli sabbiosi argillosi nelle aree interne più paludose, con le loro particolari condizioni, ad accrescere la varietà di ambienti e quindi di biodiversità che nel Salento trovò e trova importanti aree rifugiali.

Nell’ elenco dettagliato delle specie coltivate nell’ Orto Botanico di Lecce nell’ ‘800, (oggi ahinoi distrutto, nella sua originaria sede ove erano messe a dimora le piante in un visitabile parco verde cittadino), riportato dal Congedo sul suo medesimo testo, vi figurava l’ “Abies pectinata”, l’ Abete bianco!

L’ Abete bianco ha anche nome scientifico Abies pectinata per la disposizione a pettine dei suoi aghi

 

Ma prima ancora di addentrarci in riflessioni ed analisi e critiche ulteriori sulla base di quanto letto, continuiamo a leggere alcuni ulteriori passi del Congedo per la dovizia di spunti che contengono, e che in un testo che parla della natura salentina, paion quasi testi onirici a noi, tanto in pochi decenni, l’ uomo si è accanito contro la natura selvaggia di questa terra. Riguardo al faggio e alle sue migrazioni a seguito dell’alternarsi delle glaciazioni e periodi interglaciali del Quaternario così scrive Raffaele Congedo nel suo altro famoso testo intitolato “Ove fiorisce l’olivo”, Edizioni Milella, 1969 :

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il faggio alcune volte non ha esitato a risalire dalla sua sede fitoclimatica, spingendosi ad invadere l’alpinetum -( aree montane di altitudini alla quali comincia a rarefarsi la presenza degli alti alberi, ndr)-, altre volte si è spostato troppo in basso, raggiungendo persino, nel Gargano (Foresta Umbra) i limiti del lauretum, a pochi metri dal livello del mare.
[…] nella zona bassa, -(delle cerrete, prima ancora del lauretum, ndr)- ove l’agrifoglio ed il cerro gli contendono il passo, invadendone la sede. Non desterebbe meraviglia se in un bel momento, in una futura interglaciale, pino d’Aleppo e faggio si ritrovassero in spensierata unione. […]

Alloro (Laurus nobilis)

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Sul lauretum specifica altrove nel medesimo testo: “sottozona fitoclimatica caldo-arida del lauretum; pino d’Aleppo, pino domestico, marittimo, quercia coccifera, leccio, ecc.”, e ovviamente l’alloro, il Laurus nobilis come è chiamato scientificamente, da cui prende il nome la formazione del Lauretum.

Così tornando al testo “Vallonea, natura ed arte”, Congedo scrive: “Se nella faggeta meridionale una sega o peggio una segheria fa giustizia di un faggio, o di un tasso –(Taxus baccata, ndr)-, è assodato che cerro ed agrifoglio si insedieranno sostituendo per sempre i preziosi relitti xeroterminci. E’ opinabile che soltanto sul naturale sfasciume del faggio questo tipo di faggeta meridionale potrà continuare a vivere e a tramandarsi – (per autofagia, nutrendosi cioè dei loro stessi tessuti decomposti ai loro piedi, come gli alberi giovani dei tessuti marcescenti degli adulti, foglie, rami e tronchi, della medesima specie, ndr) -. Vi son altri esempi della scomparsa del faggio per analoghe azioni antropiche. […] questi preziosi relitti risalenti alle interglaciazioni a clima caldo e a clima freddo …”. Con queste considerazioni il Congedo invitava a non intervenire nel taglio dei faggi, ma a lasciar fare alla natura, con una conduzione del tipo a riserva integrale delle faggete meridionali, del sud Italia, lasciando anche marcire in loco gli alberi più vecchi e morenti. E ricordava in proposito: “La spiccata autofagia del castagno, del cerro, del faggio, del leccio, della rovere, dell’ ulivo, ecc., delle essenze spontanee della macchia mediterranea che prediligono riprodursi sul loro stesso sfasciume”.

Targa di dedica al grande dottore forestale e naturalista RAFFAELE CONGEDO della Caserma del Corpo Forestale dello Stato di San Cataldo di Lecce. Immagine a partire da una foto condivisa su facebook dal professor Piero Medagli e diffusa anche nell’articolo del Centro Studi Agronomi al link: http://centrostudiagronomi.blogspot.com/2016/09/dedicata-al-grande-raffaele-congedo-la.html

 

Nelle mie ricerche ancora non mi ero imbattuto in nessuna fonte che raccontava della presenza dell’Abete nel cuore del Salento, come ovviamente più in generale in tutto il Salento, ancora nell’ ‘800. Sebbene gli studi delle faune pleistoceniche di periodi freddi, glaciali, ben si sposano con la discesa nel Salento in quei trascorsi millenni paleolitici del montano abete bianco appenninico, come di innumerevoli altre specie montane.
Ma sulla presenza del faggio, per lo meno nella vasta regione di Terra d’Otranto, che giungeva sin al materano, parlava il botanico ottocentesco Martino Marinosci di Martina, un medico, che scriveva, qui parlando genericamente in merito ai boschi salentini, nel suo fondamentale testo, “Flora Salentina”, pubblicato postumo nel 1870, ma per lo più basato su indagine condotte alcuni decenni prima: «doviziosi di varie specie di querce, come quercus robur, pedunculata, ilex, prinos, pseudo-coccifera ed altre; di carpini neri carpinus ostrya, nonché di faggi, tassi, olmi, orni o l’albero della manna, ed il fraxinus excelsior, che in gran copia alligna nel bosco di Belvedere presso Supersano»
E dunque in Salento, anche si osservava vegetare il Tasso, il Taxus baccata, così come l’Agrifoglio (Ilex aquifolium), che il Marinosci scrive di aver osservato nei pressi di Otranto!

 

Per il Faggio nel suo libro il Marinosci scrive:

“Fagus sylvatica, Faggio comune. (…) Trovasene qualcuno ne’ nostri monti boschivi,n’ siti confinanti, e quasi comuni con la Lucania.”

Oggi dagli studi paleobotanici in un sito messapico a Oria e nei fanghi dei Laghi Alimini a Otranto, sappiamo di resti di legno e pollini, rispettivamente lì trovati, e attribuiti al Faggio, (vedi lo studio al link: http://www.academia.edu/5469408/Paleoambiente_e_aspetti_rituali_in_un_insediamento_archeologico_tra_fase_arcaica_ed_ellenistica_nuove_analisi_archeobotaniche_ad_Oria_Papalucio_BR_).

I meravigliosi colori autunnali delle faggete – Bosco della Fagosa, una delle faggete più estese del Parco Nazionale del Pollino.

 

Ed oggi l’agrifoglio, come il tasso, insieme al faggio, vivono ben consociati nella Foresta Umbra sul Gargano. Come anche il Cerro (Quercus cerris), scomparso oggi dal sud della Puglia, ma che già si rinviene nella piana della foce del fiume Sinni a Policoro, come su suoli calcarei da Martina Franca, sulla Murgia dei Trulli, per diventare più frequente nell’Alta Murgia e sul Gargano, insieme a quell’altra quercia montana che è il Farnetto (Quercus frainetto), anche noto come Quercia di Ungheria, dalle grandi bellissime foglie, che ancora si rinviene, scampata miracolosamente alla foga distruttiva dell’uomo, proprio nella piana planiziale e umida-acquitrinosa di Supersano, dove la specie è stata scoperta lì vegetare dal professor Piero Medagli, botanico dell’odierno Orto Botanico di Lecce rinato presso l’Università del Salento, alcuni anni fa, con numerosi anche grandi esemplari. Una piana anche ricca di Populus alba (Pioppo bianco), e Populus nigra (Pioppo nero).

Farnetto (Quercus frainetto)

 

Le enormi foglie del Farnetto (Quercus frainetto)

E così anche il solitamente montano Castagno, pianta ritenuta calcifuga, che cresce ancora nella piana di Supersano, ai piedi della Serra, e che nelle aree della Foresta Belvedere era con tutta probabilità già presente a giudicare dalla toponomastica; il Marinosci descrive nella flora salentina «la presenza del Castagno, albero tipicamente collinare che ordinariamente vive dai 500 ai 1.000 metri di altitudine, dell’Olmo tipico dei climi freddi continentali, del Carpino, ed in ultimo – in particolare nel Bosco Belvedere – del Frassino indicandone la presenza anche di esemplari “maestosi” che addirittura primeggiavano sulle più diffuse querce». Questo scrive nel suo articolo intitolato “L’albero della manna nelle campagne del Salento” del febbraio 2011 (pubblicato sul sito della Fondazione di Terra d’Otranto, e su quello dell’ Accademia dei Georgofili), il professor Francesco Tarantino, docente di biologia nel prestigioso Liceo Capece di Maglie, la sua stessa città, che vi ha ritrovato recentemente sulla Serra della Madonna di Coelimanna a Supersano, ancora vegetante, l’Orniello, l’albero della manna. Del Castagno ne ricordano la presenza anche alcuni toponimi nella piana paludosa del Belvedere.

Riguardo al Castagno scrive il Marinosci nella sua opera di botanica citata”CASTANEA. Da antica città appo Taranto”.
E riguardo al Carpino, il Marinosci nella sua “Flora salentina”, vi segnala nel Belvedere, sebbene già raro nei primi dell’ ‘800, persino il Carpino bianco (Carpinus betulus), oggi estirpato forse ormai del tutto dalla pressione antropica; speriamo di no, e che sia solo ancora nascosto tra i tanti Olmi campestri lì presenti!
Comunque il Carpino bianco, anche questo, pianta dei monti, oggi si ritrova sul Gargano. Una pianta spesso associata in natura proprio al cerro, al castagno, al faggio, all’abete bianco.

Tutte considerazioni che si intrecciano e supportano l’un l’altra per ricostruire come in un dipinto che prende colore su una tela bianca, la biodiversità originaria in epoca ancora storica della Foresta Belvedere, un isola ecologica straordinaria, un puzzle di paesaggi pittoreschi, di cui oggi abbiamo solo poche tessere vive, altre tessere documentari, e tutte le altre che si consolidano tra le nostre mani sulla base della storia naturale del sud Europa, dell’Italia mediterranea e appenninica, e della prossima penisola Balcanica!

Così si sollevano interrogativi nuovi, ad esempio si legge in Wikipedia, alla voce “Sanarica”, centro un tempo ricadente nella vasta Foresta Belvedere, e non distante da Supersano, che nella Chiesa dell’Annunziata, fondata nel 1620, la copertura, originariamente era proprio in tavole d’Abete, e nel 1765 fu sostituita dall’attuale volta in muratura. E dunque ci si chiede ora naturalmente se quel legno fosse d’importazione o ricavato da salentini autoctoni Abeti bianchi dei nuclei relitti nel cuore del Belvedere.
L’ Abete bianco era molto usato per il suo fusto dritto per la realizzazione degli alberi maestri delle navi, come però anche il Pino domestico. (A quest’ultimo, diffusissimo nella zona, pare si riferiscano le notizie, raccontate ancor oggi dai contadini del luogo, dell’abbattimento nella zona di Masseria Grande tra la Serra e il Lago Sombrino, di immensi alberi di pino dai fusti altissimi, tra ‘800 e ‘900, che furono usati proprio per la costruzione di alberi maestri di alcuni vascelli).

Così forse si spiega un dilemma che giungendo a Supersano oggi coglie i visitatori più attenti, gli osservatori più meticolosi!
Si è di fronte questo dilemma, quando si giunge davanti al Castello, in piazza, sede del municipio di Supersano, dopo aver attraversato per giungervi da Scorrano una piana di Querce caducifoglie, e di Olmi, d’ulivi maestosi e plurisecolari, da sempre piantati in quei luoghi umidi e pur non per questo, ma anzi, ancor più maestosi da apparirvi a loro perfetto agio. Giunti sulla dolce rocca del Castello, sul portale d’ingresso, lo stemma civico del Comune di Supersano raffigura proprio una foresta d’alberi, la foresta Belvedere, ma gli alberi non son né querce, né ulivi, ma proprio conifere nella più classica schematica rappresentazione cuspidata propria dell’Abete! Un bosco d’Abeti, nello stemma di un comune nel cuore del Salento, dove gli Abeti, ormai son solo ricordi nel basso Salento, eccezion fatta per qualche amante d’alberi che ha degli esemplare di varie specie e varietà del genere Abies, piantati appositamente nel proprio giardino e acquistati da qualche vivaista, o altro rivenditore! Spesso alberi natalizi poi messi a dimora in terra dopo le feste e sopravvissuti, talvolta anche eccellentemente. Aspetto, la loro sopravvivenza lì, che certo più ora non meraviglia!
Un decreto del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, concedeva, in data 19 maggio 1971, questo odierno nuovo stemma al Comune di Supersano, su domanda del sindaco. Il nuovo stemma, raffigurante “Bosco Belvedere” appunto, sostituiva il vecchio, glorioso emblema, raffigurante un grande albero di Quercia, identificata con una grande Farnia (Quercus peduncolata) che cresceva all’uscita del Paese in direzione Cutrofiano, come ci hanno trasmesso studiosi dell’epoca, (come lo scienziato salentino Cosimo De Giorgi), ma che nei primi del ‘900 fu tristemente atterrata dalla mannaia e dalla sega!

Nei Paduli si rivengono ancora oggi querce caducifoglie a foglia lobata dalle ghiande portate su lunghi peduncoli che sembrano potersi ritenere delle Quercus pedunculiflora, che si ritiene forse un ibrido stabilizzato o una varietà proprio della Farnia. (Sull’osservazione della Quercus pedunculiflora in Puglia vedi questo studio del 2013 pubblicato nel JOURNAL OF FOREST SCIENCE dal titolo “First observation of Quercus pedunculiflora C. Koch in the Italian Peninsula“).

Farnie (Quercus pedunculata sinonimo Quercus robur) in purezza dovrebbero osservarsi ancora oggi lungo le rive del fiume Sinni a Policoro, vedi in merito al link http://natura2000basilicata.it/siti-di-interesse-comunitario?species_id=428.

 

Un ricco post facebook di approfondimento, vedi anche i commenti ad esso del medesimo autore:

NOSTALGIA DELLA SALENTINA FORESTA BELVEDERE: la sua MAGNIFICA FARNIA perduta … ma non per sempre se lo vorremo!Questa…

Gepostet von Oreste Caroppo am Donnerstag, 25. Oktober 2012

 

Nello stemma di Supersano, oltre al bosco, compare la Vite con l’uva e un rametto d’Olivo, le due colture principali e antiche nella zona, e poi un ramo d’Alloro, altra pianta presente in zona, e poi proprio di quercia Farnia. L’uva nello stemma, ci ricorda nella coincidenza una recente singolare scoperta nello studio del villaggio medioevale di località Scorpo in agro Supersano, dove son emersi resti della coltura medioevale di uve, pare di varietà a buccia bianca. Alcuni dei più tipici vitigni di Terra d’Otranto, malvasia nera, negramaro e primitivo son oggi a buccia scura; il fiano minutolo invece e la malvasia bianca son a buccia bianca.
Scorrano ha per stemma ancora tre grandi Querce. Eran sempre per questi paesi locali grandi Querce del Belvedere, di cui ancora sopravvivono vetusti grandi testimoni di diverse specie quercine. Alberi che tanto connotavano il territorio silvano da divenirne i simboli più eminenti e rappresentativi delle comunità locali.

Il libro del Congedo, dove si parla dell’ Abete nel Belvedere a Supersano, è edito nel 1974, lo stemma di Supersano viene cambiato nel verso delle conifere nel 1971, un po’ prima. Quelle conifere nello stemma volevano rappresentare i pini mediterranei che ammantano la Serra di Supersano, alberi anche tanto usati nel ‘900 nei rimboschimenti del Salento, o quali appaiono, esse son proprio raffigurazioni volute degli antichi Abeti locali?
Quali le fonti del Congedo, e dell’artista o committente dello stemma di Supersano? Si son influenzati reciprocamente, o l’un l’altro, o entrambi hanno bevuto alla stessa fonte che oggi ancora non troviamo? O il caso dello stemma di Supersano, una mera non voluta, ma oggi comunque interessante coincidenza?
Tante domande son d’obbligo, ma la specialità del Belvedere, la specialità botanica già emergente dai tasselli esposti, rende più che plausibile e non contraddittoria la presenza anche del Faggio e dell’Abete bianco, a quelle basse quote, se ancora nei primi dell’ ‘800 vi viveva, come è certo, il Carpino bianco! Certo perché il Marinosci che visitò nei primi dell’ ‘800, in alcune escursioni di ricerca botanica la piana di Supersano, ben distingue il Carpino bianco dal Carpino nero di cui pure parla come albero delle foreste salentine, ma per il Carpino bianco specifica la sua unicità salentina per il Belvedere, dove vi compariva, e comunque raro.
E tante segnalazioni del Marinosci hanno trovato corroborazione, come ad esempio la presenza dei Frassini, che io stesso confermai trovando ancora lì vivi, nel Belvedere, dopo mesi di ricerca, lungo alcuni canali, alberi del medesimo genere, e molto vicini al Fraxinus excelsior di cui scrisse il Marinosci. Gli alberi individuati ad oggi lì ancora viventi son più precisamente Frassini ossifilli o meridionali detti (Fraxinus angustifolia), a maggior adattamento igrofilo del più montano Fraxinus excelsior, detto anche Frassino maggiore, che non è escluso che, come sul Gargano, anche popolasse ancora nell’ ‘800 il Belvedere, dove oggi relitta è rimasta solo, dopo tanti selvaggi disboscamenti, la specie più igrofila del Frassino meridionale, scampata lungo i canali, dove meno radicale, per ovvi motivi pratici, è stata l’ estirpazione della vita selvatica.

Della piana di Supersano, e del cuore della foresta Belvedere il professor Francesco Tarantino, nel suo citato articolo, scrive di quanto sia connotata dal

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freddo, quasi continentale in inverno ed in primavera, fattore che ancor oggi incide profondamente sull’habitat del territorio. […] Ciò che nel resto del territorio leccese è rarità, qui è la norma ad iniziare dall’acqua di superficie. Nei periodi autunno-vernini trovare affioramenti di acqua nelle campagne è la norma, tanto che nelle annate più abbondanti di piogge i terreni diventano impraticabili per mesi interi, senza meraviglia per nessuno. Ciò si verifica per effetto della presenza di banchi di argilla poco sotto la superficie del suolo agrario che rendono impermeabile il tutto, facendo diventare tutto il comprensorio una vera e propria bacinella di acqua. Tali accumuli si verificano in maggior misura nelle aree di compluvio ed in particolare nella località che attualmente è denominata “Serra di Supersano”. Un tempo davano origine anche a ciò che Cosimo De Giorni ha descritto come “lago di Sombrino”, prosciugato nel secolo scorso con l’imponente opera di bonifica che ha portato alla costruzione della voragine assorbente ancora oggi funzionante. Quando le piogge sono temporalesche e copiose l’acqua corre verso la “serra” da tutti i comuni limitrofi: Ruffano, Montesano, Scorrano, inondando i canali che corrono parallelamente alla dorsale del promontorio, ma spesso non trovando via di deflusso rimane stagnante […] come succede nella parte interna verso Botrugno, Scorrano e Cutrofiano. […] Un “suolo estremo” quindi che passa dalla collosità tipica dell’argilla in fase umida ad una inusitata tenacia in estate allo stato secco, solo in parte attenuata dalle numerose sabbie calcaree sempre presenti, ma molto diverse dalle tipiche terre rosse più facili da incontrare oltre Supersano -(e a partire già dalle balze della sua Serra, ndr)-. […] In realtà come molti studiosi hanno scritto (M.Marinosci, C.De Giorgi, M.Mainardi) il territorio di Supersano era il centro del “Bosco Belvedere” luogo mitico da cui nasce il presente scritto. Luogo mitico per le descrizioni che gli autori prima citati ne hanno fatto, che ci portano oggi, solo ad immaginare, come poteva essere questo territorio. […] questa unicità.
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Luogo umido e al contempo freddo in inverno, e fresco anche in estate, dal clima continentale quasi, assai piovoso, nonostante la vicinanza ai mari e la bassa quota altimetrica, dove si registrano quasi dei veri e propri fenomeni di inversione termica di alcuni gradi, scendendo dalle serre, che bordano ad oriente ed occidente la piana della Foresta Belvedere, nelle sue piane vallive. Dove persiste una falda molto superficiale, e dove si registra, siamo anche nel triangolo Maglie, Otranto, Leuca, una piovosità annua che è tra le più elevate di Puglia, inferiori solo pare a quella del Gargano, e di poco!

E non meraviglia la diffusa frequenza di antiche casette con il tetto a spioventi e a tegole nell’area del cuore del basso Salento, tanto nelle aree rurali, esempi evidenti solo per citarne solo alcuni, nella vallata tra Supersano e Ruffano; quanto nei centri abitati, nei centri storici, ad esempio a Scorrano.

Durante un' escursione nei campi salentini ci apparve alla vista alla periferia di Giurdignano all' uscita del paese in…

Gepostet von Oreste Caroppo am Freitag, 22. September 2017

Quell’ esempio di vecchia casetta a tegole nel Salento

 

Quanto quella delle neviere dove ricoverare e conservare in fosse ipogee, in forma di ghiaccio dai tanti usi, per la primavera e l’estate, la neve caduta in inverno, o fatta giungere da aree montuose prossime come il Pollino, con viaggi che si svolgevano anche nelle ore notturne per cercare il maggior fresco e conservare quanta più neve possibile, imballata tra la paglia, che faceva da coibentante; è il caso della grande neviera di Masseria Macrì lungo le rive dell’antico Lago Sombrino, la grande Padula sempre ai piedi della Serra di Supersano.
Una natura silvana, quella della Serra ancora impenetrabile in alcuni suoi luoghi, percorsa da una strada-tratturo sterrato (Grazie a Dio! E mai asfaltata-sfigurata da mano di speculatore!), che corre lungo la serra e chiamata, poeticamente, “la via misteriosa”, poiché attraversa con forti dislivelli luoghi imperi e selvaggi. Un ricordo, le selve ancor oggi presenti su quel rilievo, dell’epoca in cui i boschi risalivano tutte le pendici della colline nel cuore del Salento, fin sulla vetta della collina ancor più alta di Matino-Parabita, la Serra di Sant’Eleuterio (“Santu Latteri” in dialetto locale), punto di quota più elevata del basso Salento, 195 m sul livello del mare. Lì si racconta che tanto era sconfinata la riserva di legno naturale presente, di alberi, che “lu ciucci de Sant’ Anastasia, carico scia e caricu scinnia”, recita un locale detto, dove per Sant’Anastasia si intendevano i monaci basiliani di una locale cappella bizantina, dedicata a Sant’Anastasia, che portavano l’acqua potabile sulla Serra con il loro asino, agli altri monaci di rito greco sempre, che vivevano attorno alla cripta ipogea basiliana di Sant’Eleuterio, presente sulla collina, e che da lassù scendeva carico ogni volta di legname, motivo per cui l’animale da soma saliva e scendeva sempre carico dalla serra di Parabita-Matino!

Boschi quelli del cuore del basso Salento, dove crescevano anche Vallonee ed il Fragno, alberi di quercia di queste due specie rare, ma ancor oggi ritrovabili anche nel basso Salento; due alberi di tipica diffusione orientale nel Mediterraneo, balcanica, ecc., e che nel Salento hanno le punte occidentali della loro diffusione naturale; un albero poi il Fragno (Quercus trojana) dai bellissimi colori, che è molto frequente sulle Murge centro-apule, e nei cui boschi di Mottola, ho visto, dopo il tramonto, lo spettacolo indimenticabile di mille volanti e luccicanti ad intermittenza per pochi secondi, lucciole, della specie Luciola lusitanica, insieme alle lucciole, queste ancora ritrovabili nel basso Salento, della specie Lampyris noctiluca, o la specie endemica Lampyris fuscata var. apuliaeche emettono una lucina sempre verdastra della stessa tonalità, ma continua e stando per terra o su pietre. Uno spettacolo magico e suggestivo quello della Luciola lusitanica, che si potrà ridiffondere nel Salento, al ridiffondersi dei boschi, ed anche dei boschi di Fragno.

Una natura silvana, quella dell’originario Belvedere, con forti attributi appenninici, oltre che mediterranei, che in parte anche si accorda, con l’ancora non verificata notizia del ritrovamento nei dintorni di Maglie, del tartufo bianco pregiato, il Tuber magnatum Pico, recentemente, ad opera dei meticolosi tartufai salentini, (pare da sempre attivi nel Salento), oltre a tutte le altre specie di tartufi che nel basso Salento si raccolgono, nelle pinete, macchie e leccete. I suoli profondi sabbioso argillosi dei Paduli, umidi, con presenza di olivo, salice bianco, pioppi bianchi e neri, sanguinello, querce caducifoglie, olmi campestri, frassini ossifilli, aceri, quali l’acero campestre almeno fino a pochi anni or sono, ecc. ecc., creano un ambiente con piante simbionti del Tartufo magnatum Pico, non dissimile ad esempio da quello molisano, dove alta è la presenza di questo pregiato tartufo, commercialmente detto “di Alba”.

Tutti elementi pedologici, orografici, idrografici e microclimatici, con alternanza in breve spazio di biotopi diversificati, che uniti alla storia geologica del pianeta, con l’alternanza delle Glaciazioni del Quaternario e periodi più miti, gli interglaciali, uniti al fatto che il Salento non fu mai coperto da ghiacciai in queste recenti epoche preistoriche, uniti alla sua posizione tra Penisola Italiana e Penisola Balcanica, e alla sua origine geologica legata alla placca tettonica africana, ci permettono di capire l’arrivo nel Salento di tantissime specie tipiche dei climi più diversificati, e la loro permanenza poi qui in aree rifugiali negli speciali biotopi, in queste isole ecologiche salentine dalla ricchissima biodiversità animale e vegetale!
Tutti elementi che diventano dei fari guida quindi per la ricostruzione della biodiversità originaria, micro-territorio per micro-territorio, a seconda delle sue peculiarità naturali odierne e storiche, prima che la pressione antropica portasse ad un graduale impoverimento della biodiversità, ad una sua rarefazione, e correlata recente distruzione del paesaggio storico-naturale, oggi in tutto da restaurare!
Capiamo quindi che quando vediamo oggi ambienti umidi, o persino collinari-montani appenninici, nel sud Italia, stiamo vedendo specie botaniche che un tempo con tutta certezza giunsero e vissero anche nel Salento per tutto quanto detto, talune trovandovi poi persino delle Arche di Noè, delle culle, delle isole rifugiali dove si conservarono per lunghissimo tempo.

Interessanti sono anche gli studi ed analisi archeo-botaniche dei pollini, indagini palinologiche dette.
Il Professor Piero Medagli, mi ha scritto in merito:
“Lo studio riguarda Torre Guaceto (Brindisi). L’analisi ha rivelato pollini di Pinus, Oleaceae, Quercus ilex, Q. pubescens, Q. cerris, Carpinus, Ostrya, Ulmus, Populus, Fagus e anche Betula. Le indagini si riferiscono a carotature fino a 350 cm di profondità, ma non danno una datazione cronologica trattandosi di depositi palustri, quindi a rapida colmata. Comunque la presenza costante e massiccia di pollini di olivo, la cui la coltura non è antichissima, farebbe pensare a depositi relativamente recenti. La presenza di Betula appare molto sporadica, come Fagus.”

STUPENDE LEGGIADRE BETULLE BIANCHE PENDULI (Betula alba L. varietà pendula Roth., ma anche chiamata suoi sinonimi,…

Gepostet von Oreste Caroppo am Dienstag, 17. April 2012

 

Un’ abbondanza di pollini riferibili proprio a latifoglie. Sebbene questi pollini di piante ad impollinazione anemofila, tramite il vento, hanno grande areale di diffusione di cui tener conto, data la vicinanza dei rilievi appenninici e balcanici, maggiori dubbi in merito son sollevati dai ritrovamenti di pollini di faggio e betulla di minore quantità, sebbene non è escluso che la minore quantità, sia legata ad una minore presenza, ma sempre in loco, di specie dei due generi, quindi della due specie che a questi generi corrispondono nel nostro meridione: il Fagus sylvatica, il faggio, e la Betula alba pendula, la Betulla bianca, il “vituddu” come è chiamato nei dialetti del Sud Italia.

Il quadro complessivo che emerge va a supporto del quadro botanico sopra delineato per la Foresta Belvedere, ovvero di un Salento, dalla flora arborea con baricentro non solo prettamente mediterraneo, ma più equilibrato e spostato anche nel verso di una dimensione appenninica, oggi molto più rarefattasi.

Queste indagini polliniche quindi nel genere Quercus son riuscite a scendere a livello della specie, dato che troviamo pubescens, ilex e cerris. Importante è anche per noi in zona brindisina la comparsa evidente del Cerro, secondo tali analisi polliniche, in epoche non tanto antiche dunque, ma già di messa a coltura di ulivo di grandi aree del Salento. Una presenza del cerro che nel brindisino trova anche tanti toponimi legati; toponimi nel brindisino quali Cerano e Cerrito, quindi Cerrate più a sud, quindi a Otranto Masseria Cerra in una zona di canali sfocianti in mare con Olmi campestri, Pioppi bianchi e Salici bianchi, a Cannole il toponimo Cerceto (bosco di cerque, metatesi di quercia da capire se riferita a Cerro, e dove si trovano varie querce tra cui roverelle, lecci, e fragni di varietà macrobalana a ghianda grossa), toponimi da valutare uno ad uno se non legati invece alla presenza dei Cervi.
Ma ancor di più tale dato pollinico avalla la presenza del cerro nelle piane salentine umide, lì addirittura costiere, nel brindisino, Torre Guaceto nei secoli passati. Stessa presenza del cerro che oggi vediamo nella piana alluvionale di Policoro, al livello del mare ed in sua vicinanza lungo la foce del fiume Sinni, nel bosco “Pantano” chiamato. Una presenza che sempre più elementi ci permettono di dire, connotava, molto probabilmente, anche l’ immensa biodiversità quercina del Belvedere, [cui si aggiunge la scoperta della Quercia elegante, possibile ibrido tra Quercia spinosa e Cerro di cui abbiamo accennato a questo link].

Tornando al Congedo e a queste sue riflessioni e dati in merito al Salento e alle meraviglie della piana di Supersano, mi parlarono amici salentini forestali e professori universitari, come non ultimo il Professor Piero Medagli. Ma anche alcuni anni fa l’amico Dottore Forestale Sandro d’Alessandro mi disse di essersi imbattuto nei suoi studi in un testo dove si parlava dell’antica presenza nel bosco Belvedere, in epoca storica, proprio di alberi che oggi noi attribuiamo alle aree più elevate dei monti dell’ Appennino! Elementi che tanto, come me oggi, avevano affascinato, quegli attenti naturalisti lettori e studiosi.

Al di là della fonte, che portò il Congedo a raccontare con tanta certezza della presenza dell’ Abete bianco ancora nell’ ‘800 nel Belvedere, ed il Congedo era uno studioso attentissimo e meticoloso, fonte storica che oggi non abbiamo, in questa fase ancora basilare delle ricerche in merito, ma comunque una affermazione, quella della presenza di faggio e abete lì, nel variegato e ricchissimo ecosistema dei Paduli, che non si pone in contraddizione con altri elementi e dati verificabili e noti, ma anzi come detto, emerge un dato che non possiamo sottolineare, di natura antropologica, ed è quel minimo comune denominatore della sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di naturalisticamente meraviglioso, che emerge nel vasto novero degli studiosi e scrittori che si son dedicati a raccontare e a studiare il Belvedere, quasi rapiti dalla sua magia, sospesa dal tempo, tanto in quelli che lo hanno visto con i loro occhi in epoca positivista, l’ ‘800, sia in tutti quelli studiosi successivi.
Un Santuario della Natura dove entrarvi contemplando quel mondo di ombrosi giganti verdi muschiosi e nebbiosi, dove persino i romani avevano fermato il loro passo, come testimonia la centuriazione del territorio salentino, la sua divisione in grandi appezzamenti agricoli, che giunta nelle aree che erano quella parte più acquitrinosa della Foresta Belvedere, si fermò, non oltraggiando quella che era anche un’ immensa riserva naturale di selvaggina, e innumerevoli prodotti della natura pur sempre utilissimi all’uomo!
Era la grande “Silva”, toponimo lì ancora presenta, la Selva!

E riporto qui le parole del professore Tarantino:

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Il luogo era quindi un vero “Eden”, che ricerche non ancora confermate, fanno risalire addirittura ad epoca post-glaciale, ma certamente presente in epoca classica: greca e romana. Area ricca di acquitrini, di animali selvatici stanziali e migratori, profondamente ombroso e fresco per la presenza di tipiche latifoglie continentali. Qui, le querce, dominanti in tutto il Salento, diventano in modo specifico “a foglia caduca” proprio per il freddo insistente in inverno.
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E che il Belvedere fosse, sia, un relitto forestale post-glaciale appare sempre più evidente, dagli studi del Medagli, dalle riflessioni del Congedo, dalle narrazioni del professor Franco Tassi e Fulco Pratesi che scrissero del Belvedere e dei suoi grandi Frassini nel loro testo “Guida alla natura della Puglia, Basilicata e Calabria” edito da Mondadori 1979, da questo complessivo mio scritto.

Alla rarefazione di specie di flora conseguenti all’azione antropica, parallela rarefazione hanno subito le specie animali, dal Cervo, al Cinghiale, solo ad esempio, abbondantissimi nel Belvedere ancora nel medioevo, (sin da epoche paleolitiche), come mostrano i loro resti ossei medioevali ritrovati negli scavi del villaggio di località Scorpo, nella piana di Supersano ai piedi della Serra. L’ ultimo cinghiale, nel Belvedere, dove pare nei boschi inondati di acque si entrava anche con le canoe, per praticarvi la caccia al cinghiale, fu ucciso nel 1864, scrive il professor Aldo De Bernart, di Parabita, nel suo articolo intitolato “Supersano romantica (note in margine all’anno per la tutela dell’ambiente)”, pubblicato sulla rivista supersanese “Il Nostro Giornale”, dell’ 8 maggio 1987, anno XI-numero 26, da cui estraggo questi bellissimi passi:

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«Bosco Belvedere» […] Una foresta dalla lussureggiante vegetazione, «ricoperta di secolari piante di leccio, di rovere, di quercia, di pino» in cui allignavano «il prugnolo, il corbezzolo, il melo, il pero, l’apruzia, la vite selvaggia, il sorbo, il nespolo», con un intricato sottobosco ricoperto di «marruca» (la leggendaria Spina Christi) e di «vitalbe» rampicanti. Nei profondi canaloni che sfociavano in un grande lago vivevano «rane, rospi, salamandre, bisce acquatiche, folaghe, gallinelle d’acqua, polli sultani, porciglioni, germani reali, marzaiole, beccaccini, croccoloni, aironi, gambette, fagiani, starne, pernici, cigni, cicogne, pellicani (l’ultimo fu abbattuto nel 1864)». Il bosco era altresì la tana preferita di «volpi, lepri, conigli, tassi, istrici, ricci, faine, martore, puzzole, lupi, cinghiali (l’ultimo esemplare fu abbattuto nel 1864)».Così R. Marti descrive il Belvedere.
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E per fortuna, anche grazie ai lanci e reintroduzioni ad opera dei cacciatori vi è da riconoscere, il cinghiale pare finalmente stia tornando dall’Appennino e dalla Murgia a ridiffondersi nel suo antico Salento, quale ne sia la varietà, sempre e comunque trattasi di cinghiale della specie Sus scrofa, intorno a cui si è sviluppata l’antica civiltà italica e greca, e la vita dell’uomo preistorico, paleolitico e neolitico salentino! Cinghiale insidiato oggi da macellatori ambulanti e speculatori d’ogni genere, che gridano all’invasione di un pericoloso animale alloctono, quanta ignoranza strumentale, per poterlo uccidere sterminare e macellare intascandone i soldi della preziosissima carne, pelle, pelo ecc., del cinghiali si riutilizza tutto, e per intascare i soldi per i danni che avrebbe commesso pascolando nella sua millenaria terra il Salento, dove viveva da ben prima dell’arrivo dei primi fanerantropi, gli animali della specie Homo sapiens!

Dalle descrizioni del Marti, sopra riportate, pare di rivedere anche quegli animali che son effigiati sui mosaici alto medioevali della Chiesa, vicina a Supersano, di Casaranello detta, a Casarano, dove compaiono in raffigurazioni naturalistiche, anatre tra le canne, conigli che brucano l’erba, e un’inequivocabile Pollo sultano, citato dallo stesso Marti, una preziosa presenza avifaunistica da reintrodurre in Puglia, delle aree umide da ricostruire e rinaturalizzare del Belvedere!

Mille considerazioni per dipingere un quadro, ed avviare nuove ricerche, indagini, impegni!

Così oggi nasce una curiosità scientifica forte: ritrovare quegli abeti, le loro tracce, i loro pollini relitti nei suoli, o capire comunque le fonti e gli indizi avuti dal Congedo, o rinvenire ancora, l’emozione più grande, esemplari ancora in vita lì, e ripropagarli e ridiffonderli da seme sempre in quel loro potenziale micro-habitat dallo speciale microclima!
Scrutare le tante conifere della Serra di Supersano, ammantata di Pini domestici e halepensis, e Cipressi mediterranei, per scoprire se lì si cela ancora, mimetizzato, qualche albero relitto di Abete bianco, come qualche vecchio Tasso (Taxus baccata) magari, e non solo.
Ma anche ricercare Abeti bianchi, nella zona, nel basso Salento, loro resti lignei, degli antichi alberi di quei nuclei pare superstiti nel Belvedere fino all’ ‘800, a sentire il Congedo, o esemplari coltivati in vecchie ville e giardini, che potrebbero venire da semi o alberelli del Belvedere.
Valutare come nella zona di Supersano crescono oggi gli Abeti bianchi. Il Tasso vi cresce benissimo nell’area dell’ antico Belvedere, a giudicare dagli esemplari piantati nel cimitero di San Cassiano, esemplari maschi e femmina, una piccola sana formazione che produce ogni anno copiosi semi, [putroppo nel 2018 pesantemente capitozzati e abbassati a diventar cespugli].
Reintrodurne lì simbolicamente pochi esemplari da semi prelevati da coni di Abeti bianchi del sud Italia appenninico, da zone prossime dove ancora vivono spontanei, come per il Tasso e l’Agrifoglio (in tal caso esemplari maschi e femmina insieme perché si tratta di piante dioiche, con i due sessi distinti su esemplari distinti), e non solo, dalle quali ricreare, all’ insegna della biodiversità e della riforestazione, e mai del rimboschimento monospecifico, la magia pittoresca e suggestiva della storia naturale salentina del suo cuore dalle peculiarità uniche. E senza intralciare l’agricoltura, i vigneti, i ricchi pascoli rocciosi d’orchidee, l’oliveto ricco di noci, il sacro naturale che già lì per fortuna vi abbiamo, ma utilizzando margini dei campi e stradine, margini dei rivi, e soprattutto aree da bonificare dal cemento e rinaturalizzare-restaurare.
Piante da reintrodurre lì dove Roma non estese la sua centuriazione, lì dove la Silva incontrastata ebbe vita e rispetto timoroso da parte degli uomini per tanti millenni!

Nella piana di Supersano, il Bosco salentino, diventava nei secoli passati, quasi un puro bosco appenninico di montagna, un’ isola appenninico-balcanica nel cuore della Penisola salentina, e quelle alternanze fito-climatiche che in montagna si osservano solitamente salendo, lì si incontravano avanzando verso l’interno della foresta salentina compresa tra le due serre, le due dorsali, quella di Cannole-Palmariggi-Poggiardo a Oriente, e quella di Taurisano-Casarano-Matino-Parabita a Occidente, e tra la valle del Fiume Asso a Nord e la rocca di Specchia a Sud, degradando verso Tricase e lì il mare. Al cambiare dei suoli superficiali, da permeabili e carsici ad argillosi ed impermiabili, e al divenire sempre più quasi continentale il clima, allontanandosi dai vicini mari della penisola salentina, mutavano le specie botaniche, e tutto l’ecosistema, con interessanti fasce di transizione anche. Tutto è concorde con l’immaginare la presenza anche di Abeti bianchi e Faggi lì nelle epoche glaciali, nell’ultima era glaciale paleolitica, la Würn terminata tra il 9.600 e il 9.700 a.C., e a giudicare e dare peso alle indicazioni di sopra riportate, dei nuclei relitti, come di faggio, vi rimasero fin addirittura al secolo XIX d.C.

Quell'albero montano, il Carpino bianco (Carpinus betulus), che viveva nel cuore del basso Salento ancora nell' '800…

Gepostet von Oreste Caroppo am Sonntag, 21. Oktober 2018

 

E se parliamo di Carpini bianchi, di Castagni, di Farnetti, questi certificati da botanici nel Belvedere, e poi anche di Faggi e Abeti, stiamo semplicemente mostrando le tessere di un mosaico botanico non dissimile da quello che ancora in parte è ammirabile sul Gargano oggi, dove al termine di un lauretum costiero dominato dall’autoctono Pino d’Aleppo, “lu zappinu”, chiamato in loco, si penetra subito nell’entroterra nella “Foresta Umbra”, ombrosa fresca e umida, con Tassi, sottobosco di Agrifoglio, Faggi, Abeti bianchi, Cerri, Larici, Pioppi tremuli, Tigli, Frassini maggiori, Carpini bianchi, Ontani neri (questi anche presenti nel bosco “Pantano” di Policoro sul Golfo di Taranto in area lucana), e Ontani napoletani, Aceri di diverse specie, vischio ben visibile sui grandi alberi decidui spogli dalle loro foglie in inverno, ecc. ecc., e così quella Betulla bianca pendula i cui pollini son emersi anche nei fanghi palustri di Torre Guaceto, di epoche storiche, trasportati lì dal vento o forse residui di pochi relitti esemplari in loco. Come relitta sul Gargano è stata la stessa Betulla bianca sin nell’ ‘800, dove sue formazioni son state segnalate dallo studioso Rabenhorst nel 1849-50, ed oggi purtroppo non più lì ritrovate da allora! Forse estirpate da taglialegna e carbonai!
Ma ancora nel Sud Italia la si può rinvenire sui monti del vicino Cilento, la bella Betulla bianca, su substrati calcarei, dove cresce insieme a Castagni e al Carpino orientale (Ostrya carpinifolia), quest’ultimo ancora presente nella piana brindisina e sulla Murgia dei Trulli.
La Betulla magica, albero sacro sciamanico dal bianco tronco, e da cui si ricavava una pece, un bitume (forse termine derivato da “betulla”), per fissare le punte di freccia in pietra al legno di viburno, tanto ancora presente nelle leccete salentine magliesi, o di Corniolo (Cornus mas), ancora presente nella Murgia dei Trulli, dove una gravina quella di “Corneto” chiamata, dai cornioli prende il nome.
La betulla, su cui lo sciamano incideva tacche a mo di scalino per salirvi sopra nei suoi riti, come su una arborea viva scala tra cielo e terra; la betulla da cui si estraeva con dei fori nel tronco una linfa alimentare che vi sgorgava copiosa, e raccolta in vasetti legati al fusto, dalla cui corteccia si costruivano recipienti, e ai cui piedi cresceva in simbiosi quel fungo psicotropo, e non meno magico per il suo cappello rosso macchiato di bianco, come bianco lo stelo, che è l’Amanita muscaria, l’ Ovolo malefico, e che raro ancora si rinviene nei boschi relitti del Belvedere su quercia, nell’ “ ‘Oscu de la Signura ” ad esempio in feudo di Scorrano. Un fungo usato anch’esso dagli sciamani come droga per indurre viaggi psichedelici dagli attribuiti valori mantici e di contatto con il mondo degli spiriti.

In foto Amanita muscaria in un bosco di Betulle bianche penduli.

In Salento un fungo osservato anche in corrispondenza di Eucalipti camaldolesi a San Cataldo di Lecce in un umido cutino nella pineta, dove anche vi son delle belle esotiche Querce rosse (Quercus rubra), vedi al link: http://amicideifunghiedellanatura.blogspot.com/2009/11/amanita-muscaria-var.html

 

Per me, vissuto a Maglie, tra la costa Otrantina e le lande del Belvedere, quando mi capitava in dei viaggi di visitare il Gargano, il Pollino, i monti della Basilicata, le Murge e le Gravine, la Sila, le valli alluvionali del materano, il bosco Pantano di Policoro sul fiume Sinni, o di vedere documentari naturalistici dell’Aspromonte, dell’ interno della Sicilia, della pugliese Valle dell’Ofanto, e così vedendo a vista dal Salento i monti dell’ Epiro, dell’Albania e della Grecia, monti come il Pollino e la Sila, che son visibili dal Salento, le isole greche ioniche come quella vicina di Corfù,
il mio pensiero sempre correva sempre al Salento che fu, forte dei ricordi delle faune pleistoceniche salentine di epoche glaciali ed interglaciali quaternarie raccolte nel Museo di Maglie!

Come se fosse e dovesse essere quel Salento la naturalistica intersezione di tutti quei luoghi al cui centro geografico sorge.

Avevo colto inconsciamente, nelle mie escursioni intorno a Maglie, di piccolo naturalista, all’ombra in inverno del tronco di un’immenso commovente Olmo ormai secco, ai margini di un terroso canale negli uliveti plurisecolari dei Paduli di Scorrano, bordato da vivi giovani olmi, in un freddo pomeriggio uggioso,
come all’ombra fresca nel caldo sole estivo di verdissimi bucolici e grandi Pioppi neri dalle foglie cuoriformi ondeggianti nella calda brezza, su altri simili rivi tra Maglie e Collepasso, ecc. ecc., di emozione meravigliata in osservazione,
segni evidenti e forti, sebbene sparuti e minimi, che indicavano qualcosa di incompleto, di antico e di ferito da ricostruire,
ora scopro che era questo spirito appenninico di una vegetazione maestosa e ricca che era stato offesa pesantemente.

Ero stato colto, prima ancora di approfondire cosa altri avevano scritto di quelle lande nel cuore del Salento, da quella suggestione potente dell’imperiale “Genius loci” della Foresta Belvedere, che è ancora lì sopito e latente, nascosto, ma non tantissimo, udibile, che chiede protezione, rispetto e soprattutto di poter tornare in tutta la sua maestà per ridonare di nuovo a tutti i suoi innumerevoli frutti!

Quel fascino che avevano sentito i tanti studiosi di cui abbiamo discorso, tantissimi cittadini d’ogni estrazione e cultura ancor oggi, ma anche tutti coloro, che parallelamente e quasi indipendentemente, a livello culturale e amministrativo, si sono e si stanno muovendo, in sincronia, senza neppure conoscere tutta questa ricostruita storia, per tutelare quell’area, e proprio quella, nella creazione di un vasto parco naturale integrale nel cuore del Salento, quello della Foresta Belvedere, incluso il suo nucleo acquitrinoso, i Paduli! Un parco del pittoresco antico e della salubrità di habitat ed alimentazione.

Dove impegnarsi nel proteggere e ricostruire quella Natura a partire da queste tracce, da questi indizi. E ricostruire si può e si deve, tante specie lì stesso esistono ancora e vanno aiutate nella ripropagazione, e altre scomparse vanno reintrodotte dai luoghi più prossimi dove ancora vivono, e da cui potendo diffonderebbero, ma nei secoli, spontaneamente. Operare scientificamente per aumentare la biodiversità con queste consapevolezza e in queste direzioni.

La ricostruzione della biodiversità del Belvedere, ti fa compiere anche una sorta di percorso catartico intellettuale-naturalistico, se sei un salentino di questi tempi, un percorso interiore al contempo mentre si studia l’ esterno che permette di superare quei falsi luoghi comuni sclerotizzati di un Salento mera unica e sola ovunque terra arida e quasi desertica, assiomi errati inculcatisi in una degenerata epoca industriale di sradicamento delle proprie radici, seguita e parallela allo sradicamento cieco, volto all’estinzione, di quelle degli alberi autoctoni!

Alberi che legavano la Natura salentina come un fossile vivente a quei grandi e numerosi dati della storia paleontologica, che la geologia del Salento fornisce e ha fornito agli studiosi copiosamente. Piante che gettano e gettavano ponti di forti legami con le realtà appenniniche naturalisticamente meglio conservatesi oggi, come con l’altra sponda del Canale d’Otranto. Piante preziose, le sopravvissute e spontanee salentine, che ai margini della strada, dove non passa la motopala, con umiltà, come libri sgualciti gettati via ma non consunti, permettono ancora di ricostruire una storia, la nostra e di ridipingere un paesaggio dai numerosi colori, il nostro tipico paesaggio storico-naturale.

I nostri terreni di cui come salentini siamo tutti proprietari o ce ne dividiamo le proprietà, son divenuti deserti per le piante autoctone. E si piantano eucalipti, robinie e acacie, e altre piante iper-esotiche senza molto destino, con tutta la ricchezza forestale e faunistica dell’Appennino e del mediterraneo tutto, che così ci siamo negati, in un processo di tropicalizzazione-desertificazione che non è climatico, ma meramente frutto di degrado intellettuale e alienizzazione dalla vera natura della propria terra!

Ritrasformiamo i nostri terreni, con scienza e coscienza, in Arche di Noè della Rinascita, in tavolozze di colori, e in contenitori di tessere musive policromatiche, con cui ridipingere il nostro paesaggio, il disegno non dev’essere neppure inventato ma è già scritto nelle caratteriste geologiche e micro-climatiche dei luoghi, che implicano flora e fauna oggi solo momentaneamente assente, e dobbiamo imparare a rileggerlo e a restaurarlo quel disegno, sia noi tutti privati nel nostro spazio privato, sia noi tutti amministratori nello spazio pubblico, per il nostro bene e per quello del nostro territorio.

 

 

NOTE ulteriori di botanica salentina

 

Pigna di Pinus pinaster che per i suoi mucroni, le punte dure e acuminate sulle scaglie legnose, ben si distingue da quella a superficie più liscia del Pinus halepensis. Foto con URL da inernet.

 

Riguardo alla coltivazione del mediterraneo Pino marittimo (Pinus pinaster) nel Salento, il Congedo esprime, nel testo “La Vallonea, natura ed arte”, tutta la sua meraviglia per l’adattamento straordinario mostrato da questo pino usato nei rimboschimenti con conifere mediterranee a rapido accrescimento, poiché solitamente ritenuto pianta calcifuga, che rifiuta i suoli calcarei e che invece proprio sui terreni calcarei del Salento i suoi esemplari,

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tuttora in ottimo stato vegetativo – (soprattutto nell’area di Frigole-San Cataldo, ndr) – e con abbondante riproduzione naturale, hanno costituito piante portasemi per la successiva diffusione di questa conifera. La perplessità circa il suo impiego, dal punto di vista forestale, in questi ambienti pedologici, è ormai fugata.
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Scrive il Congedo. E così scrive già nelle prime righe del suo testo: “mi son imbattuto nel pino marittimo calcifugo, che in questa Terra calcarea – (il Salento, ndr) -, dalle sorprese fitogeografiche, è divenuto calciofilo. Per spiegare tale mutamento si risponde « Si tratta di terreni decalcificati … e tutto finisce lì … ».
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E così ricorda che a lui che come forestale aveva scelto il Salento dominato da “il lauretum”: “capita di ritrovarmi spesso al cospetto di variazioni e sorprese naturalistiche che solo il Sud può offrire copiosamente: tesori che possono apparire perduti, sono soltanto nascosti.”

Un pino più proprio dell’area tirrenica, e del Mediterraneo occidentale, il Pino marittimo, come la Sughera, la Quercia da sughero. Eppure anche la Sughera naturalmente si diffuse in epoche passate verso Oriente lasciando nel Salento dei nuclei tutt’ora superstiti. Come la Sughera anche il Pino marittimo da Occidente, pare si diffusero sin nei Balcani, dove in una grotta nei pressi di Atene son emerse delle loro testimonianze fossili di epoca pleistocenica, per poi estinguersi localmente nei Balcani di nuovo.
Così, in queste espansioni, contrazioni e spostamenti di areali di diffusione delle specie che talvolta lasciavano dei nuclei relitti viventi, la Vallonea da Oriente, dal Mediterraneo orientale si è propagata invece verso Occidente, nella Terra d’Otranto, e ancor più ad Occidente, se è vero che una cupola fossile di vallonea è stata ritrovata, (come mi ha raccontato il botanico Professor Medagli), nell’area del Monte Amiata, in Toscana. In questi flussi e riflussi tra Oriente e Occidente nel Mediterraneo in epoca Terziaria e Quaternaria, il Salento e la Puglia tutta son divenute terra di transito e poi rifugiale per tante specie. Chissà se non vi transitò quindi lo stesso Pinus pinaster già in antichità, come certamente fece il Pino d’Aleppo, in verso opposto da Oriente verso Occidente, da divenire autoctono, come mostrano alcune sue foreste costiere di origine naturale nel Gargano e nell’Arco Ionico Tarantino.

Il Cipresso mediterraneo (Cupressus sempervirens nelle sue varietà pyramidalis e horizzontalis), tipico del Mediterraneo orientale, isole greche incluse, era poi già diffuso nel Salento in epoca storica messapica, dato che Plinio il Vecchio, naturalista romano, ci dice che lo chiamavano “Tarantino”, i romani per la sua provenienza a Roma dalla zona di Taranto!

L' Albero Tarentino!Così i romani chiamavano il Cipresso mediterraneo sempreverde, (in particolare Catone, e poi…

Gepostet von Oreste Caroppo am Montag, 25. September 2017

 

Tante riflessioni per fermare con saggezza e riflessione anche la mano del boia, che in nome di troppo facilone concezioni infondate di alloctonato vorrebbe sostituire le nostre conifere, comunque mediterranee, insieme ad altre piante mediterranee per origine e storia da millenni, con altre piante di maggior ritenuto autoctonato, quando la soluzione migliore non è la sostituzione ma l’incremento della biodiversità, magari nel verso del bosco misto, e non certo della sostituzione di ciò che c’è già e reclama i suoi giusti diritti, non fosse altro sulla base dell’importanza della biodiversità tipica mediterranea, anche agricola!

Nell’elenco dettagliato delle specie coltivate nel’ Orto Botanico di Lecce nell’ ‘800, riportato dal Congedo sullo stesso suo testo sopra più volte citato “Vallonea, natura ed arte”, vi figuravano poi anche piante più solitamente mediterranee, e di clima più caldo, come la “Chamaerops humilis”, la Palma nana tipica del meridione d’Italia e in spontaneizzazione lungo le coste del Salento in questi anni, e la Palma da dattero, la bella Phoenix dactylifera, presente e piantata nel Salento, con continuità, almeno da epoca messapica. Due palme nostrane, elegantissime anche, da favorire nei giardini del Salento, accanto altre troppe palme esotiche tanto diffuse dai vivaisti!

ALBA DORATAsugli orizzonti del Parco naturale della Foresta Belvedere nel cuore del basso SalentoSoggetto principale:…

Gepostet von Oreste Caroppo am Sonntag, 29. Juni 2014

Maglie e i suoi PALMETI di un tempo!Suggestioni di biodiversità da recuperare e ridiffondereDai giardini agricoli…

Gepostet von Oreste Caroppo am Samstag, 15. Juli 2017

 

Alcuni mesi fa ho trovato, con grande soddisfazione, nella naturale macchia pulvinata a lentisco sulla falesia di Sant'…

Gepostet von Oreste Caroppo am Dienstag, 30. Juli 2013

 

Nell’ elenco compare anche il “Platanus cuneata”, ma è difficile dire se trattasi del
platano semi-alloctono ibrido, che taluni botanici chiamarono anche “Platanus cuneata”, o dell’autoctono nel sud Italia e nella vicina Grecia e Albania, Platanus orientalis, var. cuneata, quest’ultimo, il Platanus orientalis da reintrodurre davvero e assolutamente nel Salento, in coerenza con il diffuso antico uso del platano nei cortili e piazze del sud Italia, Salento incluso, e della Grecia, con le fonti romane antiche (Plinio il Vecchio) che lo dicono presente, proprio il Platanus orientalis, nella regione Apula, e con l’adattamento spontaneo che i platani mostrano per aree umide carsiche, valloni, gravine e voragini nel Salento, dove è necessario reintrodurre il Platano orientalis in purezza, renderlo disponibile nei vivai accanto al platano ibrido più diffuso oggi in commercio che ne ha oggi occupato si può dire l’intero posto.

IL RITORNO DEI PLATANI ORIENTALI IN TERRA D'OTRANTO!La loro magnifica foglia come la mano muliebre aperta della DeaHo…

Gepostet von Oreste Caroppo am Mittwoch, 3. Oktober 2018

 

FOTO iniziale di un Abete bianco sul Massiccio del Pollino (link foto: http://www.flickr.com/photos/pollino/2465715602/lightbox/), un monte ben visibile nelle giornate terse dalla Serra di Parabita, elevarsi sul mare del Golfo di Taranto.

Il Massiccio del Pollino visto dal Salento,da Torre Sabea a Gallipoli (Lecce), tramonto del 19 marzo 2013non si può…

Gepostet von Oreste Caroppo am Mittwoch, 20. März 2013

 

(Testi tratti dal mio post facebook, cui si rimanda per la lettura di approfondimento dei miei commenti ad esso, del 22 dicembre 2012 con dettagli aggiunti nel tempo, al link: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10200227842408807&set=a.1718077601828&type=3&theater)

 

Oreste Caroppo 

 

2 commenti su “L’ABETE BIANCO NEL CUORE DEL SALENTO?! Un enigma celato tra le pagine scritte da un dottore forestale del secolo scorso

  • Aprile 6, 2021 alle 11:58 am
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    Complimenti per la pagina WEB e la sensibilità verso i temi ambientali trattati. Concordo con diverse analisi a proposito della vegetazione relitta e scomparsa. Pugliese di nascita anch’io, ho potut0o constatare che, a parte il millenario transito di gente e conquistatori, la Natura in Puglia viene distrutta non solo dall’ignoranza di molta gente, ma anche dai cosiddetti uomini di scienza che considerano la Puglia (molti continuano a scrivere Puglie!) un ‘deserto.
    Cordialmente
    DIno

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    • Aprile 7, 2021 alle 11:39 pm
      Permalink

      Grazie Tante, ottime riflessioni.

      Rispondi

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