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Il CAMALEONTE SALENTINO, il mitico fiabesco “FASCIULISCU” della tradizione magliese, da tutelare con i suoi habitat e ridiffondere in natura massimamente! Contro ogni meschino tentativo di demonizzazione da razzismo verde di questa specie comunque iper-mediterranea!

Il CAMALEONTE SALENTINO, il mitico fiabesco “FASCIULISCU” della tradizione magliese, da tutelare con i suoi habitat e ridiffondere in natura massimamente!

Contro ogni meschino tentativo di demonizzazione da razzismo verde di questa specie comunque iper-mediterranea!

La specie: il Camaleonte mediterraneo (Chamaeleo chamaeleon Linneus, 1758) è una specie di Camaleonte presente in Europa.

Il Camaleonte mediterraneo (Chamaeleo chamaeleon)

E’ presente in natura anche in Salento, sud della Puglia, dove vi si riproduce spontaneamente, non a caso trattandosi di una specie perfettamente mediterranea come rimarca anche il suo nome comune; ne è stato ritrovato un nucleo selvatico negli anni passati nella contrada Arneo, l’ ultima vasta contrada salentina ad esser stata selvaggiamente disboscata nel Salento, denaturalizzata dall’ uomo, e per questo ancora con alcuni interessanti relitti floro-faunistici da salvaguardare e ridiffondere.
Si tratta di una specie diffusa in maniera ormai frammentaria in diverse località dell’ Europa meridionale: in Grecia, Penisola Iberica (come in Andalusia), ex Jugoslavia, Bosforo, Creta, Puglia, e alcune segnalazioni di questa specie europea anche in Sicilia e a Malta, e nei decenni passati anche in Sardegna, Friuli e Delta del Po!!!

[Nota successiva alla scrittura di questo articolo: una significativa popolazione di Camaleonti mediterranei è stata recentemente segnalata anche nel sud della attuale regione Calabria, vedi questo articolo dell’ ottobre 2015 al link  http://www.famedisud.it/camaleonti-mediterranei-in-calabria-un-gruppo-di-studenti-li-ha-scovati-in-un-uliveto-del-reggino/]

Vive poi la medesima specie anche nell’Asia sud-occidentale e nel Nord Africa.

A rischio di estinzione da scongiurare assolutamente attraverso il suo ripopolamento e ricostruzione dei suoi habitat mediterranei, che ben deve essere attuata dagli enti preposti alla tutela della biodiversità originaria euro-mediterranea!
Tale diffusione selvatica della specie ancor oggi, a macchia di leopardo purtroppo ormai, è comunque una possibile prova ulteriore, se ve ne fosse bisogno, dell’ autoctonato di questa specie selvatica in Europa meridionale nel passato, quando la sua diffusione era con tutta probabilità ben più omogenea. Ma oggi, il paradosso: tale rarità, e gli occasionali rinvenimenti, la perdita della memoria storica naturalistica, portano talvolta taluni, come accaduto nel Salento, a gridare all’ alloctonato e alla specie aliena da “sterminare”, al ritrovamento di un così importante assolutamente innocuo ed importante vivo fossile vivente dell’antica fauna euro-mediterranea! Immaginate che assurdità, si rinviene qualcosa dal passato, ancor vivo, e invece di gridare “evviva, ergo massima cura, tutela e impegno ambientalista”, si rischia di scatenare follie sterminatrici eco-suicide!

E quand’anche l’uomo avesse contribuito nei secoli con i commerci, più o meno volontariamente, a favorirne la diffusione, quand’anche fosse introduzione o paleointroduzione antropica, che fai? Ti accanisci contro questa presenza o la valorizzi e ne accogli la presenza con spirito di meraviglia? Ovviamente la seconda!

E poi come può meravigliare la presenza di un rettile così discreto di un genere dalla maggiore diffusione nella vicina Africa, che tanti dimenticano è un continente vicinissimo all’ Europa e che bagna tante coste mediterranee!? E lo stesso Salento è geologicamente connesso alla zolla-placca tettonica africana, geologicamente parlando. Come può meravigliare tale fauna odierna, quando i nostri progenitori sapiens incontravano in Europa, e rappresentavano sulle pareti delle nostre grotte in epoca paleolitica, leoni, elefanti e rinoceronti, che molto probabilmente i nostri stessi progenitori contribuirono ad estinguere localmente!!!?

Nel centro storico di Lecce è persino ben rappresentato questo nostro Camaleonte in un antico fregio in locale pietra leccese sul prospetto di una casa!

Questa la foto del Camaleonte scolpito a Lecce, scoperto, fotografato e pubblicato dall’ amico e studioso, Sandro d’Alessandro: qui in link http://cerbi.ldi5.com/IMG/jpg/bip26f024.jpg (e di cui segnalo anche un suo studio proprio dedicato al Camaleonte nel Salento http://www.criptozoo.com/it/criptozoologia/dossier/criptidi-terrestri/item/114-il-camaleonte-nel-salento-una-realt%C3%A0-tra-storia-e-leggenda).

 

Proprio a Lecce una rappresentazione scultorea in pietra leccese così naturalistica del comune Camaleonte mediterraneo sullo stemma di Palazzo Lanzilao, XVII sec. Proprio nel Salento la documentata presenza importantissima di questa specie, il Camaleonte mediterraneo (Chamaeleo chamaeleon Linneus), trovato oggi anche nel sud della attuale regione italiana chiamata Calabria (segnalazione del 2015), e il tentativo ancor più recente di definire tale presenza “aliena” come se andasse per questo eliminata dalla presenza in selvatico – è il pericoloso razzismo verde della Falsa ecologia!
Una tale presenza, importante de facto, quale sia l’ origine delle attuali popolazioni di questa specie comunque mediterranea, comunque conosciuta nei secoli passati in provincia di Lecce (vedi foto), comunque presente nella tradizione locale attraverso la figura mitica del basilisco (o “fasciuliscu“, ben identificato con il Camaleonte), importante come quella della Foca monaca nel nostro mare, già da sola basterebbe, se non basta la tutela della salute umana, per fermare l’uso dei pesticidi che nuocciono a questa specie insettivora. (Didascalia redatta il 2 ottobre 2018, successiva al testo dell’articolo qui riportato). Questa foto invece è al link http://www.famedisud.it/camaleonti-mediterranei-in-calabria-un-gruppo-di-studenti-li-ha-scovati-in-un-uliveto-del-reggino/ dove si rimanda per essa al sito Salentoacolori.it.

 

E nel Salento, il Camaleonte è un animale ammantato di tante leggende!
Alcuni esemplari recentemente ritrovati, mi hanno raccontato, pare siano stati definiti da cittadini locali, di cultura “grika“, cioè greco-salentina, “dracuddhi“, draghetti, traducendo dal dialetto grecanico salentino. Un termine greco, “drago”, frequente e di lato impiego nel regno dei rettili. Non solo, secondo una interpretazione etimologica, il termine greco “dragon“, deriverebbe da una radice significante proprio vista, occhio, guardare, e nel Camaleonte proprio la vista e le particolarità del suo sguardo sono elementi che affascinano e colpiscono molto l’ osservatore attento.
Ma il Camaleonte salentino era, con ogni provabilità, anche il mostruoso mitico “fasciuliscu“, della tradizione basso salentina, ed in particolare del magliese. Si diceva, raccontavano le nonne di Maglie (città nel cuore del basso Salento), fosse un piccolo mostro che, diceva la gente, nasceva dall’uovo deposto eccezionalmente da un gallo, che notoriamente in quanto maschio non depone le uova come la sua femmina, la gallina. Tale essere mostruoso e dalle piccole dimensioni con il suo sguardo terribile era in grado di uccidere gli animali, solo puntando i suoi occhi negli occhi delle sue vittime, si riteneva, motivo per cui se si osservavamo strane, difficilmente spiegabili altrimenti, morti di animali domestici, anche di grandi dimensioni, si immaginava fosse nato un “fasciuliscu” e si doveva andare alla ricerca del mostruoso piccolo essere per ucciderlo e fermare così la moria. A volte, in alcune varianti, si racconta che ipnotizzasse le vittime, le “fatasse”, con lo sguardo. Si riteneva fosse solito nascondersi sotto “le pile”, le grandi vasche scavate in blocchi unici di pietra diffuse nella civiltà contadina salentina e talvolta sollevate da terra su dei sostegni, poste in cortili e masserie. A volte viene descritto come avente un solo occhio, e come somigliante grosso modo ad un mostruoso “purginu“, il pulcino appena nato dall’uovo.
E’ infatti “fasciuliscu” una corruzione locale salentina del nome dell’antico temibile “basilisco” dei bestiari antichi, simbolo oggi del paese griko di Sternatia (Lecce) nella sua iconografia fantastica ibrida di serpente-gallo. Termine di origine greca, “basilisco”, che vuol dire piccolo re; era ritenuto il “re dei serpenti”, da cui il suo nome greco. Del mito del basilisco abbiamo già attestazioni di epoca romana, ed è meraviglioso osservare come, con continuità culturale ininterrotta, il mito popolare sopravvissuto nella città di Maglie del “fasciuliscu” conservi elementi delle leggende sul basilisco riportate per iscritto già in età romana e poi nel medioevo.
L’identificazione con il Camaleonte, pur nelle aggiunte mitico-fiabesche, è più che certa!
La conformazione della testa dell’animale, il Camaleonte è un rettile, a mo’ di corona, o meglio di mitra, da cui l’appellativo di re dei serpenti, dei rettili. La sua cresta da cui l’associazione con la cresta del gallo. La presenza nel mito del basilisco dell’elemento dell’uovo, e il Camaleonte depone le uova, come in genere ogni rettile. La commistione con uccelli, il gallo, e anfibi, il rospo in particolare, che talvolta coverebbe secondo i bestiari medioevali l’uovo deposto da un anziano gallo, da cui nascerebbe il basilisco; la raffigurazione mitologica del basilisco che innesta elementi morfologici del gallo per la testa e del Camaleonte, (ad esempio la coda e il busto del basilisco son quelli del Camaleonte), e che affonda anche le sue ragioni nelle vicinanze ben visibili, e filogenetiche tra anfibi, rettili e uccelli, osservabili nel Camaleonte; e poi il discorso nei bestiari dello sguardo e del fiato mortale del basilisco, ben traducono a mio avviso la caratteristica del Camaleonte di fulminare le sue prede con lo sparo della lunghissima lingua retrattile ed appiccicosa con cui cattura e porta fulmineamente alla bocca le sue prede, solitamente insetti.

Un video con la specie di camaleonte del Salento anche per vedere l’eiezione della sua lunga lingua retrattile:

 

Siamo nella genesi dei miti anche spesso di fronte a forme di tentativi proto-scientifici di spiegazione dell’ osservazione naturalistica.
E poi l’incedere lento del Camaleonte senza fuggire via, (sperando di passare inosservato, mimetizzato ad eventuali suoi possibili predatori), come quasi di chi non ha alcun timore, come un re coraggioso; lo sguardo del Camaleonte quasi unico tra gli animali superiori, e dalle suggestioni misteriose, con i suoi bulbi oculari che possono ruotare indipendentemente l’uno dall’altro, un aspetto che pare quasi conferire all’animale il magico potere di destabilizzare ed ipnotizzare la sua vittima; elemento della intensità dello sguardo che spiega anche la variante fiabesca magliese del “fasciulisco” con un solo fatale occhio.

AMIAMO IL NOSTRO CAMALEONTE SALENTINO!

SPERO DI POTER VEDERE NASCERE NEL SALENTO INTERE RISERVE OASI NATURALI DI TUTELA E RIPOPOLAMENTO CON OGNI CURA SCIENTIFICA DEL NOSTRO CAMALEONTE, (per poi da lì poter passare ad una sua ridiffusione in tutto il territorio)!

BASTA SPERPERI IN INUTILITA’ VERGOGNOSE CHE PARLANO DI BIODIVERSITA’ NEL SALENTO MA CHE IN REALTA’ SON SOLO VORAGINI INUTILI DI SPECULAZIONE, GLI ESEMPI, TANTISSIMI… a cui è ora di dire BASTA!

Nota tratta da internet: “Nella terra salentina il Camaleonte è stato segnalato nella penisola italiana, per la prima volta, in Puglia, il 5 settembre 1987 da Roberto Basso; sito di ritrovamento furono le campagne di Nardò, in provincia di Lecce. La scoperta suscitò non poche perplessità e diffidenze fra gli erpetologi.
Successive ricerche portarono all’individuazione di un’area estesa (un rettangolo di circa 50 x 20 km), sempre sul versante jonico dove la specie è diffusa e nota ai contadini, che anzi lo ricordano “da sempre”; basti dire che – per la sua stranezza e presunta pericolosità e comunque in accordo con l’atavica avversione dell’uomo agricoltore per tutto ciò che è rettile e selvatico – se lo trovano, puntualmente lo uccidono, o lo uccidevano (va registrata oggi un’acquisita sensibilità in seguito agli appelli, alle informazioni corrette e ad un’opera di divulgazione naturalistica).”

[Nota aggiunta in seguito alla prima redazione dell’articolo: a sostegno comunque dell’autoctonato del Camaleonte in sud Europa citiamo questo studio di Krystal A. Tolley ed Anthony Herrel edito nel 2014 dall’Università della California, qui al link https://www.researchgate.net/publication/260157264_Fossil_History_of_Chameleons, nel quale si riferisce di fossili ritrovati in Spagna e risalenti all’Olocene di Camaleonte mediterraneo (Chamaeleo chamaeleon) indistinguibili dai Camaleonti mediterranei che lì ancora vivono, nonché vi rimarchiamo la segnalazione fatta nello studio di resti fossili di taxa di Chamaeleo risalenti al Miocene ritrovati nell’Europa centrale.]

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Sempre da internet riporto questi frammenti presi da alcuni siti sulla presenza del Camaleonte in Sicilia:

-) “Il Camaleonte è comune nel Parco dei Nebrodi e in quello delle Madonie” (dato tratto da questo link),

-) “la segnalazione di un Camaleonte risale al 1832 quando un esemplare venne trovato a Palermo, nelle falde di Monte Pellegrino. Si trattava di una femmina pronta a deporre le uova”,

“in Sicilia un secondo Camaleonte nel 1868 venne rinvenuto a Catania nel giardino dei Padri Paolini”,

sovente in Sicilia si son creduti giunti con carichi di legname come per il ritrovamento a Palermo, sul finire degli anni novanta, di alcune Agama agama notate in via dell’Arsenale quasi all’angolo con piazza Giachery. Un “lucertolone”, avvisarono gli abitanti del posto che venne osservato per alcune settimane. Quel sauro africano aveva trovato qualcosa di simile al suo habitat: un muro alto e fessurato (simile, perciò, ad un ammasso roccioso) che fa da confine tra via dell’Arsenale e la sottostante area portuale adibita a deposito. La particolarità della specie consisteva sia nell’abito dei maschi (testa rossa e corpo bluastro) ma anche per la particolare abitudine alimentare che si era instaurata. Una signora che abitava proprio in quel posto osservava “i lucertuluni” arrivare in via dell’Arsenale e dirigersi verso i contenitori dell’immondizia. Qui trovavano abbondante cibo consistente, nel loro caso, soprattutto in pomodori e lattughe. L’Agama di via dell’Arsenale fu osservata per diverse settimane ed alcune femmine, a quanto sembra, arrivarono a deporre le uova. Poi, con il sopraggiungere dell’autunno e l’abbassarsi delle temperature, tutti i “lucertoloni”, morirono. Il clima di Palermo, nonostante la nota mitezza, era per loro troppo freddo. (Dati tratti da questo link).

I Camaleonti mediterranei in Salento sopportano invece benissimo gli inverni!

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Nota: per ulteriori approfondimenti rimando al mio post su Facebook da cui è tratto questo articolo e ai suoi commenti, al link https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10200590661959069&set=a.1888805429917&type=3&theater

 

Oreste Caroppo       7 febbraio 2013

 

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